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Workout on stage: la nuova frontiera della formazione

Questo palco nella foto rappresenta per me un piccolo grande traguardo, un modo del tutto nuovo di approcciare alla sicurezza anche con l’occhio rivolto allo stare bene.

Riavvolgo il nastro e vado con ordine: Aprile duemilaventidue, dopo varie giornate di formazione, lezioni di anatomia, prove pratiche ed esami finali mi abilito come istruttore di allenamento funzionale (tradotto: è un allenamento cardio basato sulla ripetizione a circuito di vari esercizi che coinvolgono tutti i distretti muscolari, ma soprattutto se svolto in gruppo e con la musica a palla è davvero divertente).

La premessa è questa, lo pratico già da qualche anno e ultimamente mi si era accesa una lampadina: perché non provare a portare alla ribalta il tema del benessere dei lavoratori proponendo alle aziende di organizzare piccole sessioni di “palestra”, permettendo di coinvolgere chi tra i dipendenti e collaboratori volesse partecipare?

Uno degli argomenti a me più cari è sempre stato quello dello stress da lavoro: tematica delicata, parlare di qualcosa che riguarda “noi”, il nostro modo di essere all’interno di un ambiente di lavoro, di percepire e di rapportarci con gli altri di sicuro non è un qualcosa di così facile da esternare, o quanto meno da raccontare in aula alla presenza di qualcuno che magari nemmeno conosco.

Insomma, aprirsi su questo fronte è difficile, se non addirittura sconveniente.

Mi scervellavo alla ricerca di nuovi spunti per sviscerare l’argomento durante i corsi e renderlo più stimolante: interviste a Simon Sinek (autore di “Partire dal perché”, consigliatissimo!), Mr. Feynman e l’importanza di coltivare curiosità e divertimento in ciò che si fa, Julio Velasco che con le sue riflessioni ci fa capire quanto sia essenziale il concetto di fare squadra.

A tutte queste personalità che per me in primis sono state e sono ancora adesso fonte di grande ispirazione ho cercato di aggiungere qualcosa di mio, pensando soprattutto allo stare in forma. Il mio motto è molto semplice ma è diventato un mantra in cui credo fortemente: lavoro bene se sto bene.

Che assomiglia al molto più famoso “mens sana in corpore sano” e da qui sto sviluppando un progetto che apra la formazione a nuovi orizzonti, in particolare quello della promozione dello star bene attraverso l’attività fisica che diventa un momento di coinvolgimento per tutto il gruppo, spingendo le aziende e le persone che ne fanno parte a mettersi in gioco.

Passiamo un terzo della giornata lavorando, la settimana lavorativa “breve” è sicuramente un tema attuale ma ancora forse utopistico per i nostri tempi; valorizziamo meglio le ore passate in azienda investendo del tempo “extra” per il nostro benessere, con la voglia di rafforzare il team e imparare a conoscerci, spingendoci oltre i limiti e mettendoci alla prova con nuove attività alla portata di tutti.
Steve Jobs diceva che “il tuo lavoro riempirà gran parte della tua vita e l’unico modo per essere veramente soddisfatto è quello di fare ciò che credi sia un grande lavoro”.

Conclusione?

Asciugamano e borraccia, siamo pronti per iniziare!

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Benessere in Azienda: cosa vuol dire star bene nell’ambiente di lavoro?

Rinnovare l’azienda significa rinnovare le tecnologie, ma anche prendersi cura del luogo fisico di lavoro e dei propri collaboratori.
Vivere l’ambiente lavorativo in una situazione di benessere porta ad esprimersi al massimo e a produrre risultati eccellenti.

Si parla spesso di creare team, di lavorare in team, di collaborare, di raggiungimento degli obiettivi, ma vorrei che gli imprenditori si soffermassero anche sul luogo di lavoro.
Un ambiente pulito, curato e rinnovato fa sentire al collaboratore di avere un valore per la propria azienda e lo rende partecipe.

La nuova cultura del benessere è basata anche sulla conciliazione tra lavoro ed esigenze personali, non intese solamente come orari, ma come rispetto della personalità, dei gusti, delle esigenze personali e professionali.

La nostra filosofia parte dall’osservazione dei luoghi di lavoro e delle persone nelle varie postazioni. Negli anni, abbiamo capito che la maggior parte dei collaboratori ama il proprio lavoro, ma poi è spesso ricompensata solo con la retribuzione economica e raramente può esprimersi efficacemente in un luogo in cui ci si occupa anche del benessere psicologico ed emotivo.

Le relazioni sane tra colleghi vengono aiutate da un ambiente caldo, solare, pulito e curato.
Sono ormai numerosi gli studi a livello internazionale che confermano che chi si sente bene e a proprio agio lavora con maggior dedizione ed impegno. Star bene fa aumentare la creatività e la proattività.
Al contrario, chi non si sente apprezzato e reputa il proprio posto di lavoro inadeguato, diminuisce la produttività e fa il minimo indispensabile, senza stimoli verso il miglioramento.

Oggi va molto di moda parlare di lean production e di come metterla in opera a livello teorico in azienda, ma spesso questo si fa solo per valutare la produttività. Se invece volessimo applicare la filosofia lean ai fini del benessere aziendale vedremmo e potremmo misurare quanto si ridurrebbero gli sprechi e di quanto aumenterebbe il livello di comunicazione e di produttività.

E voi? Avete mai pensato di accogliere i vostri dipendenti con della frutta fresca tutte le mattine?

Se hai piacere di sottopormi le tue necessità in termini di gestione delle risorse umane o di selezione, contattami all’indirizzo e-mail consulenza@conimpresa.it

Articolo blog Saggioro (1)

Patch Adams e la chiave di volta per una formazione vincente

Qualche sera fa, catapultato sul divano dopo una giornata di formazione in aula, cambiando canale alla tivù alla ricerca di qualche programma interessante prima di cadere in un sonno profondo, mi sono imbattuto in uno dei miei film preferiti, Patch Adams. Credo di averlo visto ormai una decina di volte ma sono sempre stato un grande fan di Robin Williams, per cui mi metto comodo pronto a rigustarmelo.

Per chi non lo avesse mai visto, è la storia del giovane Hunter “Patch” Adams che, durante un volontario ricovero in un ospedale psichiatrico, rendendosi conto della scarsa attenzione e del disinteresse con cui vengono trattati i pazienti ospiti della struttura, decide di iscriversi alla Facoltà di Medicina per cambiare le cose, adottando fin da subito un approccio completamente atipico per un medico.

Patch è indubbiamente un personaggio carismatico che decide di andare oltre la classica visita “austera” e di entrare in contatto con i pazienti, dedicando loro tutte le cure e le attenzioni per migliorarne la qualità della vita e accantonare anche solo per un attimo il dolore per la malattia.

Rifletto sul messaggio che il film vuole trasmettere e penso che in fondo l’idea è molto simile a quello che per me è il significato di fare formazione sulla sicurezza. L’empatia viene definita come “la capacità di porsi in maniera immediata nello stato d’animo o nella situazione di un’altra persona”; e credo sia uno dei fattori più importanti per portare a casa la soddisfazione dei partecipanti ad un corso di formazione.

Questa riflessione parte da una mia personale consapevolezza maturata negli anni: classe ’94, entro nel mondo della sicurezza dalla porta sul retro (non sono ingegnere ma all’università ho studiato “cosa dice la normativa”). Quasi subito entro in aula, partendo dalla co-docenza.

Me la ricordo bene la mia prima ora ad affrontare l’argomento dello stress da lavoro; snocciolo definizioni in maniera molto accademica e tra i partecipanti sento chi a stento trattiene le risate, qualcuno dice “tutto giusto ma la realtà è ben diversa”. Da lì in poi mi accorgo (fortunatamente) di una cosa, la più importante e quella che ogni giorno mi fa scegliere questo lavoro sempre con più grinta: se vuoi conquistarli, non devi annoiarli. Anzi, meglio ancora: se vuoi farli ricredere e far sì che a fine corso siano soddisfatti e che vengano anche a cercarti per farti domande perché interessati ad approfondire, devi anche farli divertire.

Credo che oggi il vero valore aggiunto di fare formazione stia nel costruire un dialogo con chi partecipa, utilizzando le modalità di linguaggio più disparate ma sempre innovative, trasmettendo entusiasmo e cercando di coinvolgere il più possibile e con genuinità di contenuti.

Se davvero vogliamo trasmettere alle persone la necessità di operare in sicurezza, serve prima di tutto lavorare sulla loro responsabilità, spronandole a dare il massimo. Occuparsi del benessere dei lavoratori nel breve termine significa produrre effetti benefici nel lungo termine: al di là del classico “aumento di produttività”, la vera conquista è riuscire a favorire un clima di lavoro piacevole salvaguardando la salute delle persone.

Che formatore voglio essere? perché dovrebbero scegliermi? la risposta l’ho trovata in un altro film con lo stesso attore protagonista, L’Attimo Fuggente. La scena in cui il Professor Keating, citando Walt Whitman, sussurra “che tu puoi contribuire con un verso”: l’insegnamento che ne traggo è che non esiste persona o professione che possa vivere senza passione e ottimismo per realizzare grandi cose.

Articolo blog_Mazzi

Job Description: un elemento fondamentale per un efficace processo di ricerca, selezione e inserimento di nuove Risorse Umane

Si parla spesso di ricerca e selezione del personale, della fatica che fanno le aziende a trovare personale talentuoso e proattivo, ma si parla poco di come impostare la ricerca e soprattutto da dove partire.

Se non sai bene dove sei, come fai a sapere dove vuoi arrivare?

Per fare un esempio matematico, per due punti A e B passa una ed una sola retta, ma si devono conoscere A e B…

È quindi il momento di stilare accuratamente la Job Description, ovvero la descrizione puntuale, approfondita, precisa e dettagliata delle mansioni che verranno affidate al nuovo collaboratore/trice.

Ritengo che più riusciamo a redigere la Job Description in modo preciso più spunti arriveranno anche per il reparto o addirittura per l’azienda.

Le prime linee dovrebbero occuparsi di capire se le mansioni sono quelle reali o se c’è bisogno di un aggiornamento, se sono quelle effettive e necessarie o quelle che l’imprenditore crede siano necessarie.

Dopo aver compilato con cura l’elenco delle mansioni, dobbiamo decidere le competenze necessarie per svolgerle al meglio.

Quali competenze stai ricercando?

Le competenze possono essere tecniche o personali.

Le doti tecniche sono le conoscenze professionali legate all’ambito lavorativo: il saper fare.
Le doti personali sono le competenze trasversali legate alla personalità: il saper essere.

Per terminare dobbiamo dare un valore a ciascuna competenza per capire a cosa non si può rinunciare e a cosa invece possiamo anche soprassedere.

Se stiamo cercando un Responsabile Commerciale per il Nord Europa, possiamo forse rinunciare all’approfondita conoscenza di un programma informatico, ma non possiamo in nessun modo rinunciare alle capacità comunicative, all’empatia e alla conoscenza professionale della lingua inglese.

Quanto vale una Job Description fatta bene?

Come abbiamo visto, l’importanza di una Job Description ben fatta è fondamentale perché non stiamo sicuramente cercando UN collaboratore, ma stiamo cercando IL collaboratore migliore per l’azienda e per il Team.

Questo per dire che non si devono mai sottovalutare nemmeno gli aspetti del carattere, ricordiamo sempre che il nuovo collaboratore deve essere efficace sì, ma deve essere anche compatibile con i colleghi e con il Team.

A parità di competenze tecniche, non dobbiamo scegliere la persona più simpatica a noi, ma quella più compatibile con i potenziali colleghi.

In conclusione

Detto così, sembra facile, se non addirittura banale a tratti, ma ancora oggi e sempre di più mi trovo di fronte ad imprenditori che, presi dalla complessità sempre crescente del loro business, non possono certo sviluppare tutte le competenze utili a identificare chi devono (e vogliono) avere all’interno del loro organico aziendale.

È sempre una soddisfazione poter portare la consapevolezza di una scelta ponderata e proprio per questo dedico volentieri tempo alla conoscenza di nuove situazioni.

Se hai piacere di sottopormi le tue necessità in termini di gestione delle risorse umane o di selezione, contattami all’indirizzo e-mail segreteria@conimpresa.it

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Tutti i dati per conoscere lo scenario digital e social del 2022

È fresco di pubblicazione il tanto atteso report di We are social, in collaborazione con Hootsuite, con una serie di dati aggiornati sull’utilizzo di Internet e di strumenti digital assolutamente da conoscere.

Quante persone nel mondo utilizzano i Social Media?
Quali sono quelli più usati?

we are social – Digital 2022

Rispetto all’anno precedente, il numero di persone che utilizzano i social media è cresciuto oltre il 10%, raggiungendo i 4,62 miliardi di persone, circa il 58,4% della popolazione mondiale, oltre il 71% di quella italiana e il 93,4% degli utenti di Internet.

Alla domanda “quale piattaforma social preferisci”, al primo posto troviamo WhatsApp (15,7%), seguito da Instagram (14,8%) e Facebook (14,5%). Più indietro TikTok (4,3%), che risulta comunque l’app più scaricata nel 2021.

we are social – Digital 2022

Quanto tempo passiamo ogni giorno sui Social Media?
Per quale motivo?

we are social – Digital 2022

Se guardiamo il tempo medio speso quotidianamente sui Social Media, l’Italia si attesta su circa 1 ora e 47 minuti.

A partire dal lockdown 2020, il tempo medio speso sulle piattaforme social è mano a mano cresciuto, attestandosi nel 2021 a 2 ore e 27 minuti al giorno, circa il 35% del tempo trascorso online.

La piattaforma dove si passa più tempo è YouTube, circa 24 ore al mese, seguito da Facebook e TikTok con 19,6 ore ciascuno.

Perché spendiamo così tanto tempo sui social?

Tra le motivazioni principali:

  1. Restare in contatto con parenti e amici
  2. “Riempire” il tempo libero
  3. Leggere novità
  4. Trovare contenuti
  5. Scoprire di cosa si parla intorno a noi

Come si comporta l’Advertising sui Social Media?

we are social – Digital 2022

I social rappresentano decisamente ambienti fondamentali per raggiungere i consumatori.

L’audience Adv di gennaio 2022 su Facebook è di 2 miliardi e 100 milioni di persone, su TikTok si attesta a 885 milioni di persone ed infine quella su YouTube a 2 miliardi e 500 milioni.

Grazie all’advertising sui social, oltre 1 persona su 4 scopre nuovi brand, prodotti o servizi, un risultato non molto distante da quello della TV e dei motori di ricerca.

Oltre alla scoperta quasi 1 persona su 4 segue attivamente brand sui social e 1 su 8 tende a condividere contenuti dei brand che segue su base mensile.

In sintesi:

Facebook rimane la piattaforma più utilizzata al mondo con 2,91 miliardi di persone e con una crescita del 6,2% nell’ultimo anno (+170 milioni di utenti).

TikTok continua a crescere. Questa piattaforma rappresenta un vero e proprio punto di riferimento per i marketers durante la fase di sviluppo delle creatività per le campagne social.

E LinkedIn?

Ha vissuto un anno di grazia con un aumento nel numero di utenti registrati dell’11%. Crescita che porta il totale di utenti iscritti a oltre 808 milioni a gennaio 2022.

Dunque, come si devono comportare i brand?

Per i brand diventa fondamentale essere presenti su queste piattaforme comunicando non solo il proprio prodotto o servizio, ma soprattutto contenuti di valori che permettano di esaltare il brand nella sua essenza.

Diventa sempre più importante, inoltre, mettere al centro della propria strategia di comunicazione i clienti e i propri collaboratori, costruendo con loro una relazione di fidelizzazione ed empatia.

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L’Inbound Marketing è una strategia vincente?

Una buona strategia di marketing può aiutare davvero gli utenti a trovare quello di cui hanno bisogno senza essere bombardarti quotidianamente da pubblicità invasive?
La risposta è sì.
Come? Attraverso l’Inbound Marketing.

Cos’è l’Inbound Marketing?

L’Inbound Marketing è, per definizione, un approccio customer-centrico. Ovvero una strategia di marketing integrata, volta ad attirare i potenziali clienti creando contenuti di valore ed esperienze customizzate per loro.

Quando e perché scegliere l’Inbound Marketing?

Il marketing tradizionale, noto anche come outbound marketing, punta ad una comunicazione mono-direzionale, tramite attività pubblicitarie di vario genere.
Questo approccio prevede che l’azienda e i suoi prodotti o servizi vengano spinti all’esterno verso un target molto ampio.
Questo metodo ha funzionato, ma ora, in questo periodo storico, ha un ritorno sull’investimento (ROI) molto basso e spesso finisce con l’irritare chi subisce la pubblicità invasiva.


L’inbound, invece, si concentra sulla creazione di contenuti di valore che possono interessare il potenziale cliente tanto da attirarlo nel tuo sito web, sulla pagina social o sulla landing page, ecc.
Con l’inbound non sei tu, azienda, ad andare dal potenziale cliente, ma è lui a cercare te.

In questa metodologia è importante il contenuto?

La soluzione migliore per incuriosire ed attirare i potenziali clienti, senza l’utilizzo di pubblicità massiva e per fare in modo che conoscano e apprezzino il tuo brand, è quello di offrire contenuti di qualità creati appositamente per loro, che soddisfino i loro bisogni, le loro curiosità e che possano in qualche modo essere loro d’aiuto nelle problematiche quotidiane, senza la ricerca sfrenata di un ritorno economico immediato.

È un percorso grazie al quale si inizia a conoscere e a creare una relazione con le Personas.

L’azienda deve, quindi, creare, distribuire e condividere contenuti rilevanti e utili per i propri prospect, in modo da attrarre attenzione, suscitare interesse, costruire relazioni e, infine, stimolare azioni coerenti con i propri valori e obiettivi di business.

Quali sono i passaggi chiave dell’Inbound Marketing?

I passaggi sono principalmente di 4: attirare, convertire, chiudere e deliziare.

Per ognuna di queste fasi sarà però necessario adattare i contenuti al contesto nel quale si trova il cliente.

1) Attirare

Conosci i bisogni delle tue Personas ed attirale.

Innanzitutto bisogna attrarre le persone giuste, ovvero quelle che hanno più probabilità di diventare contatti; in poche parole, le persone potenzialmente interessate al tuo prodotto o servizio.

Dato che quasi la totalità di utenti che naviga nel web fa ricerche online tramite Google, uno dei modi più rapidi per mettere in atto la metodologia di Inbound Marketing è essere presenti sui motori di ricerca, grazie agli strumenti che Google ci mette a disposizione, quali ad esempio Google Ads, che permette all’azienda di comparire tra i primi risultati a seconda delle parole chiave inserite e del contenuto della landing page che abbiamo impostato.

Lo step successivo: convertire.

2) Convertire

È importante adesso convertire i visitatori in contatti, garantendo loro risposte concrete e soluzioni in linea con i loro bisogni.

Il processo di conversione inizia sempre con una landing page, semplice e accattivante con al suo interno una call to action (CTA), ovvero una chiamata all’azione immediata, che permette ad esempio di poter scaricare gratuitamente un e-book, la demo di un prodotto/servizio e molto altro. Perché è importante raccogliere i dati degli utenti? Perché quanti più dati riesci a raccogliere dai tuoi contatti, tanto più potrai conoscerli e, quindi, coinvolgerli in futuro con i contenuti giusti per loro.

3) Chiudere

Si tratta forse della fase più importante, che in concreto porta un ritorno in termini economici a chi sviluppa la strategia di marketing e comunicazione.

In questa fase chi offre un prodotto o un servizio dovrebbe già avere un’idea chiara delle necessità e degli obiettivi dei potenziali clienti.  Non tutte le persone, infatti, nel momento in cui convertono, sono subito pronte all’acquisto: alcune di loro potrebbero esserlo dopo una settimana, un mese o addirittura un anno. Conseguentemente ci può volere un po’ di tempo affinché dalla fase di conversione si possa passare alla fase di chiusura.

È importante creare un rapporto diretto e duraturo con i potenziali prospect, affinché non si dimentichino del prodotto/servizio, continuando ad interagire con i contenuti di valore pubblicati in modo tale da aumentare il numero di clienti e diminuire i tempi decisionali di acquisto.

4) Deliziare

Il metodo Inbound Marketing non termina con la fase 3.

Risulta fondamentale deliziare i clienti, dando loro un’esperienza utente di valore e rilevante che li incoraggi a diventare dei veri e propri promotori del brand. L’obiettivo di questo nuovo modo di fare marketing, infatti, non è solo quello di convertire i clienti finali, ma ha anche la volontà di mantenere i clienti soddisfatti, offrire informazioni che possano essere utili, prendersi cura di tutti quei contatti raccolti che, anche se magari non diventeranno mai clienti, saranno predisposti positivamente nei confronti dell’azienda, diventando comunque un mezzo di diffusione per la stessa.

È molto più facile vendere qualcos’altro a chi è già tuo cliente, piuttosto che trovarne uno nuovo.

Strumenti e tecniche dell’Inbound Marketing

L’Inbound Marketing è una metodologia che raggruppa strumenti e tecniche del web marketing (sito web, blog, social media, SEO, adwords, adv, landing page…) con l’obiettivo di portare più visitatori, convertirli in contatti del database, segmentarli in base alle interazioni con i contenuti che vengono presentati nel sito, nei social network e nelle newsletter, per coltivare la relazione (lead nurturing) e trasformarli in clienti prima, influenzatori naturali poi. Questa metodologia permette di coprire ogni passaggio che conduce a trasformare un estraneo in potenziale cliente e, successivamente, in fan della tua azienda.

Per ciascuna delle fasi esistono strumenti diversi, specifici e adatti per ogni necessità. Blog, podcast, video, e-book, newsletter, tecniche di ottimizzazione per i motori di ricerca (tra tutti SEO e SEM), attività di social media e content marketing.

La chiave per riuscire ad attuare una strategia vincente non è quella di limitarsi ad attuare le tecniche elencate in precedenza, ma di coordinarle tra loro, con l’obiettivo ultimo di instaurare relazioni durature con i clienti.

In conclusione…

In questa società, sempre più veloce, dove il web e i canali social influenzano le nostre decisioni quotidiane, i consumatori sono esposti a sempre più informazioni. Questo fenomeno li sta rendendo più istruiti sui prodotti e servizi di loro interesse e sta cambiando anche il loro comportamento di acquisto. Conseguentemente le strategie di marketing e di comunicazione devono mirare a rispondere a questo cambiamento.

Per avere successo nell’Inbound Marketing le aziende devono introdurre un approccio più strutturato nella creazione dei contenuti, nel dialogare con la sua community, inserendo anche strumenti di Marketing Automation per fare lead nurturing e ottimizzare l’esperienza di acquisto dei potenziali clienti e l’esperienza di vendita dei commerciali.

crisi impresa copertina

Il rinvio del Codice della Crisi e dell’Allerta: al via la nuova composizione negoziata

L’art. 1 del D.L. 24 agosto 2021, n. 118, in vigore dal 25 agosto 2021, ha modificato l’art. 389 del D.Lgs. 14/2019, stabilendo il differimento al:

  • 16 maggio 2022 dell’entrata in vigore del Codice della Crisi d’impresa e dell’insolvenza, che avrebbe dovuto essere operativo dal 1° settembre 2021, per effetto dell’art. 5 del D.L. 23/2020, in luogo dell’originaria decorrenza del 15 agosto 2020;

  • 31 dicembre 2023 dell’applicabilità delle disposizioni previste dal titolo II, riguardanti gli strumenti di allerta, gli indici della crisi, l’OCRI, il procedimento di composizione assistita della crisi e le misure premiali.

Composizione negoziata per la soluzione della crisi d’impresa

Il successivo art. 2 del D.L. 118/2021, in vigore dal 15 novembre 2021, ha introdotto un nuovo istituto di risanamento, costituito dalla “composizione negoziata per la soluzione della crisi d’impresa”.

In particolare, tale norma riconosce all’imprenditore agricolo e commerciale (anche se “sotto soglia” o appartenente ad un gruppo di imprese), in condizioni di squilibrio patrimoniale oppure economico-finanziario che ne rendono probabile la crisi o l’insolvenza, la possibilità di richiedere al Segretario Generale della Camera di Commercio – individuata in base alla sede legale dell’impresa – la nomina di un esperto indipendente, quando risulta ragionevolmente perseguibile il risanamento dell’impresa (verificabile anche tramite una nuova piattaforma telematica nazionale).

Tale professionista svolgerà un ruolo di “facilitatore”, in quanto incaricato di agevolare le trattative tra l’imprenditore, i creditori ed eventuali altri soggetti interessati. Questo al fine di individuare una soluzione per il superamento dello squilibrio critico, anche mediante il trasferimento dell’azienda o di suoi rami (che potrà essere autorizzato dal Tribunale senza l’applicazione dell’art. 2560 c.c., fermo restando l’art. 2112 c.c.).

La domanda presentata dall’imprenditore potrebbe, inoltre, consentire l’accesso ad alcuni specifici benefici.
Ad esempio: le misure protettive e cautelari, oltre a quelle premiali, la sospensione degli obblighi civilistici di ricapitalizzazione, l’autorizzazione all’assunzione di finanziamenti prededucibili e la rinegoziazione dei contratti.

In conclusione…

La conclusione delle trattative con i creditori potrà condurre alla sottoscrizione di un accordo che produrrà gli stessi effetti del piano attestato di risanamento, senza la necessità dell’attestazione, oppure di una convenzione di moratoria, nonché al deposito dell’istanza di omologazione degli accordi di ristrutturazione dei debiti.

In alternativa, è possibile predisporre un piano attestato di risanamento, o proporre una domanda di concordato preventivo “semplificato”, per la liquidazione del patrimonio, direttamente omologabile dal tribunale, non essendo previsto il voto dei creditori (che possono comunque opporsi all’omologazione).

Si segnala, infine, che l’art. 20 del D.L. 118/2021, in vigore dal 25 agosto 2021, ha anche apportato alcune significative modifiche alla Legge Fallimentare, in materia di concordato preventivo, accordi di ristrutturazione dei debiti e convenzioni di moratoria.

passaggio generazionale

Passaggio generazionale: gestirlo o subirlo?

Come una programmazione adeguata può generare profitti e “benessere aziendale”

Nel corso dei prossimi 3-5 anni si stima che il 20% delle aziende italiane si troverà ad affrontare la delicata fase del passaggio generazionale. Questo fenomeno riguarda principalmente le medie e piccole aziende nate dai primi anni 70 in avanti.

Ma cosa si intende esattamente per passaggio generazionale e cosa comporta?

Il passaggio generazionale riguarda la fase della vita di un’impresa in cui l’imprenditore si trova a dover o voler gestire il trasferimento dell’azienda di famiglia ai propri successori in modo da garantirne la continuità. Oltre al passaggio di capitali ha dunque anche aspetti organizzativi e di know how aziendale.

Inoltre poi, accanto ai risvolti aziendali di tipo gestionale e patrimoniale entrano spesso in gioco componenti di tipo personale, emotivo e familiare.
La combinazione di tutte queste esigenze, di cui alcune difficilmente gestibili dal punto di vista razionale, può incidere negativamente sui risultati aziendali e diventare perfino un fattore di crisi per l’impresa.

Le statistiche ci fanno osservare, infatti, come solo poche aziende sopravvivono alla prima generazione e pochissime arrivano alla terza.

passaggio generazionale pianta

Quali sono le ragioni di tali conseguenze?

In primis, la sottovalutazione di questa fase aziendale e la mancanza di una adeguata e tempestiva pianificazione del passaggio generazionale.
In realtà la successione generazionale va considerata come un vero e proprio progetto da realizzare. Questo in quanto deve strutturarsi nella fase progettuale, mappatura dei rischi, identificazione dei tempi, valutazione dei soggetti coinvolti e degli obiettivi.


Oggi, la normativa mette a disposizione molte soluzioni giuridiche per poter gestire le varie fasi con ragionevole grado di controllo e verifica periodica del processo.
Come tutte le criticità, anche il passaggio generazionale può divenire una opportunità. Infatti, se gestito in modo consapevole e strutturato si può arrivare a parlare di profitto generazionale.


Prima di avventurarci ulteriormente sul tema del passaggio generazionale, occorre fare una breve digressione sull’aspetto successorio. Infatti la successione generazionale potrebbe essere indotta precocemente da eventi esogeni e indipendenti dalla volontà dell’imprenditore. Senza un’adeguata pianificazione successoria si potrebbe arrivare al fallimento dell’impresa o all’abdicazione forzata.

Volendo poi passare a considerare la gestione del processo suggeriamo fondamentale porsi due domande principali:

passaggio generazionale mongolfiere
  • Passaggio generazionale vuol dire necessariamente tramandare l’azienda alla famiglia?

  • In alternativa, anche in considerazione della dimensione aziendale e del settore di attività, non è forse più vantaggioso pensare alla vendita dell’azienda e/o all’inserimento di un management esterno, anche a tempo?

Il passaggio generazionale classico è quello che avviene con il trasferimento tra il padre imprenditore e il figlio. Quando questo accade il processo richiede un complesso di valutazioni che non possono essere affrontate dall’imprenditore in autonomia. Ciò in quanto entrano in gioco i fattori indicati in premessa, quelli di tipo personale e familiare che rendono difficile un adeguato distacco e quindi una gestione obiettiva del processo.
Spesso infatti gli aspetti formali e giuridici vengono sottovalutati a favore di quelli prettamente aziendali come la conoscenza dell’attività e l’esperienza.

Per passare la mano, anche gradualmente, occorre creare i presupposti al fine di evitare che il passaggio dell’azienda comporti anche il passaggio di problematiche fiscali e penali legate a operazioni effettuate con eccessiva semplificazione.
Per non parlare, come si diceva prima, di perdita della continuità aziendale in termini di strategia. Non di rado tali cambiamenti possono condurre ad una crisi di impresa con tutte le problematiche connesse a responsabilità per amministratori e soci.

passaggio generazionale valore

Un’adeguata pianificazione, invece, permette di individuare la strada migliore per la realizzazione di un passaggio generazionale a valore aggiunto.
Senza generare perdite all’impresa, ma creando un vero e proprio processo di re-startup aziendale.

Alcuni casi trattati hanno riguardato:

  • il passaggio generazionale volontario con la piena partecipazione dell’imprenditore e degli eredi;
  • il passaggio generazionale realizzato mediante una nuova realtà esterna all’impresa oggetto di passaggio, ma sinergica o affine o addirittura in concorrenza, ma con canali distributivi diversi affidata all’erede o agli eredi per poi ricondurre tutto ad un’unica realtà.

Ovviamente, per entrambe le soluzioni, occorre una consapevole partecipazione delle parti in gioco adeguatamente assistite da professionisti e consulenti per lo studio e l’applicazione del piano di passaggio.
Senza un tale supporto il passaggio può essere solo traumatico comportando danni interni all’impresa e ai principali stakeholder quali: banche, fornitori e clienti.

Quali sono i rischi del passaggio generazionale?

Riepiloghiamo allora qui di seguito i principali rischi della successione generazionale:

  • sovradimensionamento (strutturale-organico-mancanza di organizzazione);
  • figure chiave che possono approfittare della fase di passaggio per far valere il proprio potere contrattuale nell’impresa;
  • sotto-capitalizzazione;
  • crisi di liquidità;
  • impreparazione delle nuove leve;
  • individuazione dei ruoli e dei contrappesi.
passaggio generazionale scacchi

Il piano industriale dedicato da mettere in atto deve contenere tutte le valutazioni necessarie alla gestione del passaggio per garantire la continuità aziendale, come: un business plan, un’analisi dei rischi e delle opportunità.
In tal modo, il percorso diventa più semplice per tutte le figure coinvolte delineando un percorso chiaro per il successore e rendendo più fluido il suo inserimento nella gestione.

Un altro aspetto importante da considerare è quello riguardante la capitalizzazione.
Le piccole e medie imprese, infatti, sono spesso sotto-capitalizzate. Cioè un capitale di rischio (mezzi propri) inadeguato rispetto alle reali esigenze economico – gestionali dell’impresa stessa.
Questo fenomeno non solo causa instabilità finanziaria, ma anche scarsa credibilità dell’impresa agli occhi delle banche e dei creditori.


Anche a questo proposito, consigliamo di programmare gli investimenti, in considerazione dell’imminente passaggio generazionale. Quindi di ponderare attentamente quando è il momento ideale per investire e, soprattutto, quanto capitale impiegare.


Dal punto di vista finanziario, il passaggio generazionale di un’azienda potrebbe cadere in un momento di scarsa liquidità. In genere a causa dello sfasamento temporale tra incassi e pagamenti ed in presenza di affidamenti e finanziamenti non adeguati, l’azienda potrebbe trovarsi in mancanza delle risorse disponibili.
È essenziale quindi tenere sotto controllo il conto economico ed in particolare le varie voci di costo e ricavo di un certo periodo.
Opzioni vincenti possono essere quella del ricorso ai Minibond o il favorire l’ingresso di nuovi soci che conferiscano ovviamente capitale, secondo il principio dell’Equity.

Cosa ti consigliamo di fare in questa situazione

passaggio generazionale stretta mano

Per garantire la continuità aziendale un buon imprenditore deve allora acquisire la capacità di sviluppare un piano successorio completo in modo da trasformare i rischi in plus per l’impresa.
Un progetto a tutto campo tocca ambiti diversi e necessita di competenze integrate, ma allo stesso tempo fortemente specializzate.
Diventa allora complesso per l’imprenditore trovare in alcune figure tutte le risposte e il supporto adeguato.

Per questo BFA Sistema ha sviluppato il servizio di consulenza per la successione aziendale che fa perno su un Team Multidisciplinare.
L’imprenditore può essere supportato e dialogare con un unico consulente sfruttando però le competenze di diversi professionisti specializzati ognuno nella propria disciplina.

Se sei interessato a conoscere di più sul “piano di successione aziendale”, contattami all’indirizzo mail bifolco@bfamail.com