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Come la realtà aumentata trasforma il marketing B2B

Nel 2025 le tecniche di vendita nel marketing B2B stanno vivendo una profonda evoluzione. Alle tradizionali schede tecniche, brochure e materiali cartacei si affiancano oggi nuove tecnologie e approcci innovativi, capaci non solo di presentare un prodotto o un servizio, ma di farlo vivere nella realtà al cliente. L’obiettivo non è più semplicemente “mostrare”, bensì convincere, spiegare e coinvolgere attraverso esperienze dirette e interattive.

In questo scenario entra in gioco la realtà aumentata (AR), che trasforma il momento della vendita in un’esperienza immersiva e memorabile, riducendo la distanza tra idea e realtà.

AR nel marketing B2B: cos’è e perché fa la differenza

La realtà aumentata (AR) è una tecnologia che sovrappone elementi digitali come immagini, testi o modelli 3D, al mondo reale, creando esperienze interattive e immersive. Grazie all’AR è possibile scoprire prodotti o servizi in modo concreto e coinvolgente, rendendola un’esperienza tangibile per il cliente.

Visualizzare il prodotto in modo chiaro e immediato è il primo grande vantaggio che la realtà aumentata offre al mondo del marketing. Questa tecnologia permette di mostrare macchinari ingombranti, prodotti tecnici complessi o soluzioni integrate direttamente nel contesto reale, aiutando i clienti a comprendere dimensioni, funzionalità e potenzialità in maniera immediata e coinvolgente.

A questo si aggiunge una riduzione importante dei costi logistici e di realizzazione di eventuali prototipi per la presentazione: non sarà più necessario portare fisicamente all’acquirente il prodotto ma basterà presentarlo in tempo reale nel suo ambiente produttivo.

Anche nella formazione e nel supporto tecnico l’AR rivoluzionerà i metodi classici utilizzati, permettendo, in particolar modo nei settori tecnici o industriali, di fornire indicazioni o assistenza da remoto in modo interattivo, con velocità ed efficienza.

Dalla scelta all’esperienza: come l’AR conquista i buyer

La buyer experience subisce una vera e propria rivoluzione. Grazie alla realtà aumentata, si possono integrare simulazioni e dati direttamente nell’esperienza visiva, ad esempio durante le presentazioni, offrendo al cliente la possibilità di valutare le alternative con consapevolezza. In questo modo, il processo di scelta si semplifica, rendendo l’esperienza d’acquisto più fluida ed efficace. Allo stesso tempo, la realtà aumentata contribuisce ad aumentare il valore percepito del prodotto, creando un solido vantaggio competitivo e rafforzando la brand experience.
Non si tratta più di una tecnologia riservata a pochi: è accessibile per chiunque cerchi un modo unico per dimostrare innovazione sia nel servizio che nel prodotto, offrendo esperienze memorabili capaci di consolidare una percezione positiva del brand presso gli acquirenti.

Nuove tendenze e cosa ci aspetta per il futuro

Le tendenze per l’anno in corso e il 2026 mostrano un’evoluzione e integrazione sempre più attiva della realtà aumentata alle tecnologie avanzate degli ultimi anni. Tramite l’intelligenza artificiale (AI) è infatti possibile ricreare modelli virtuali in 3D e adattamenti in tempo reale secondo le preferenze dell’utente, rendendo le possibilità di un acquirente praticamente illimitate in fase di scelta e riducendo significativamente il rischio di indecisione o cambiamenti dell’ultimo minuto.
Oggi i contenuti in AR non sono più unicamente limitati a fiere e showroom, ma vengono utilizzati per rafforzare le vendite online, sui siti web e nelle strategie di marketing digitale. Il focus rimane sempre il cliente, l’esperienza deve essere fluida, curata e dev’essere in grado di offrire un valore aggiuntivo all’acquisto.

Superare le barriere per creare valore all’AR

Nonostante i numerosi vantaggi offerti, la realtà aumentata porta con sé anche alcune sfide da affrontare per una piena integrazione nelle strategie di marketing B2B. La prima riguarda l’approccio dei clienti, spesso inclini a preferire metodi tradizionali rispetto a soluzioni percepite come troppo complesse o tecnologiche. In questo caso, diventa fondamentale una comunicazione chiara e graduale, capace di accompagnare l’introduzione dell’AR senza generare resistenze. Un secondo aspetto cruciale è la gestione dei dati: il tracciamento e l’analisi accurata dei risultati sono indispensabili per valutare l’efficacia della realtà aumentata, sia in termini di incremento delle vendite sia di ritorno sull’investimento (ROI).

Tenere sotto controllo questi elementi consente alle aziende di massimizzare i benefici dell’AR, trasformandola da semplice strumento tecnologico a vero asset strategico, in grado di migliorare l’esperienza degli acquirenti e rafforzare la percezione del brand lungo il processo di vendita.

Le prospettive per il domani

Oggi la realtà aumentata non è più una tecnologia riservata a nicchie o settori specifici, ma una vera e propria leva innovativa capace di trasformare le strategie di marketing B2B. Integrarla nei processi aziendali significa offrire un servizio più efficace, un’esperienza d’acquisto unica e, allo stesso tempo, semplificare il percorso che porta un potenziale cliente a diventare acquirente. Inoltre, l’AR consente alle aziende di distinguersi in un mercato sempre più competitivo con innovazione.

Le sfide legate all’adozione e alla misurazione dei risultati restano, ma con un approccio graduale la realtà aumentata può evolvere da semplice strumento tecnologico a risorsa strategica indispensabile.

Guardando ai prossimi anni, le imprese che investiranno nell’AR avranno l’opportunità di arricchire la buyer experience e rafforzare la credibilità del proprio brand, costruendo un vantaggio competitivo duraturo.

IRES PREMIALE COPERTINA

IRES premiale 2025: aliquota al 20% per chi investe in crescita e innovazione

Dal 2025 è entrata in vigore una misura che riguarda tutte le imprese italiane: l’IRES premiale.
Si tratta di un’agevolazione fiscale pensata per sostenere la ripresa economica e favorire la transizione digitale ed ecologica, premiando le aziende che scelgono di investire per crescere e innovare.

Cos’è l’IRES premiale

L’IRES è l’imposta sul reddito delle società, normalmente pari al 24%.
Con il nuovo meccanismo “premiale”, le imprese che nel 2025 effettuano determinati investimenti qualificati possono beneficiare di una riduzione dell’aliquota, che scende al 20%.

In pratica: un’azienda che rispetta i requisiti paga meno tasse sul proprio utile, liberando risorse da reinvestire nello sviluppo.

Quali investimenti sono agevolati

La riduzione dell’IRES si applica solo a spese che abbiano un impatto diretto sul rafforzamento dell’impresa e del sistema produttivo, come ad esempio:

  • acquisto di nuovi macchinari e impianti;
  • investimenti in ricerca e sviluppo;
  • spese per innovazione tecnologica;
  • progetti di sostenibilità ambientale o di efficienza energetica.

Chi può accedervi

La misura è aperta a tutte le società di capitali (S.r.l., S.p.A.) e ad altri soggetti che versano l’IRES, senza limiti di settore o di dimensione.
Possono quindi beneficiarne sia le PMI sia le imprese più strutturate, a condizione che nel 2025 effettuino investimenti nelle aree indicate dalla norma e rispettino i criteri fissati dal decreto attuativo dell’8 agosto 2025.

Tra i principali requisiti previsti rientrano:

  • Accantonamento utili 2024: almeno l’80% dell’utile deve essere destinato a riserva o ad altre finalità non distributive.
  • Investimenti qualificati: almeno il 30% dell’utile accantonato (o un importo pari al 24% dell’utile 2023, se maggiore) deve essere investito in beni e progetti ammissibili.
  • Incremento occupazionale: è richiesto un aumento di personale a tempo indeterminato pari ad almeno il 2% rispetto al 2024, con l’inserimento di almeno un nuovo lavoratore.
  • Stabilità occupazionale: il numero di dipendenti non deve risultare inferiore alla media del triennio precedente.
  • Esclusione CIG ordinaria: l’impresa non deve aver fatto ricorso alla Cassa Integrazione Guadagni ordinaria nei periodi fiscali rilevanti (salvo eccezioni).

Perché è importante

L’IRES premiale rappresenta un segnale concreto di sostegno alle imprese, perché:

  • riduce la pressione fiscale, alleggerendo il carico di tasse;
  • favorisce la competitività, incoraggiando a innovare e modernizzare la produzione;
  • stimola la crescita economica, creando lavoro e valore.

La misura è valida per il solo 2025, salvo proroghe o rifinanziamenti futuri.

Cosa fare in pratica

Per poter beneficiare dell’aliquota ridotta è importante:

  1. pianificare per tempo gli investimenti previsti nel 2025;
  2. verificare con il consulente fiscale che le spese rientrino tra quelle ammesse;
  3. documentare con precisione utili, accantonamenti e investimenti, così da poter dimostrare il diritto all’agevolazione.
ires premiale

Digitalizzazione e sostenibilità: due sfide concrete per le PMI venete

Per molte piccole e medie imprese, parlare di digitalizzazione o di sostenibilità può sembrare qualcosa di distante, pensato per le grandi realtà. Tuttavia, entrambe toccano da vicino anche le PMI, avendo un impatto diretto su come si lavora, su quanto si spende e su come ci si presenta al mercato.

“Digitalizzazione” non significa rivoluzionare forzatamente l’azienda, da un giorno all’altro. Può voler dire:

  • usare strumenti più semplici per gestire dati, magazzino o ordini;
  • rendere più rapido lo scambio di informazioni con clienti e fornitori;
  • investire in tecnologie che riducono errori e tempi morti.

Ogni piccolo passo in questa direzione si traduce in maggiore efficienza e in un vantaggio competitivo.

La sostenibilità come leva di crescita

Essere sostenibili, oggi, non è solo una questione di immagine. Vuol dire risparmiare energia, ridurre sprechi, scegliere fornitori e materiali che rendano i processi più solidi nel tempo. Anche i clienti e i partner si aspettano questo: sempre più spesso chiedono certificazioni, trasparenza e attenzione all’impatto ambientale.

Le imprese non sono sole in questo percorso. Esistono agevolazioni, bandi e strumenti pensati per accompagnare le PMI negli investimenti, sia sul fronte digitale sia su quello della sostenibilità. Spesso bastano piccoli interventi mirati, resi più accessibili proprio grazie agli incentivi disponibili.

Da dove partire?

Il primo passo è interrogarsi sui propri bisogni reali:

  • Quali attività oggi ci fanno perdere più tempo?
  • Dove potremmo ridurre costi o sprechi senza intaccare la qualità?
  • Quali richieste ci arrivano già da clienti o fornitori in tema di sostenibilità o digitalizzazione?

Rispondere a queste domande aiuta a individuare l’area di investimento più urgente. Da lì, diventa più facile inquadrare l’incentivo giusto o chiedere il giusto supporto!

impresa familiare

L’Impresa Familiare: Struttura, Diritti e Aspetti Fiscali

L’impresa familiare rappresenta una particolare forma di impresa che trae origine da quella individuale essendo una “variante” della stessa ed è disciplinata dall’articolo 230-bis del Codice civile. Questo istituto giuridico nasce con lo scopo di garantire tutela ai familiari che collaborano nell’attività dell’imprenditore, senza però formalizzare un diverso rapporto giuridico.

La Costituzione dell’Impresa Familiare

L’impresa familiare è definita come un’attività economica alla quale collaborano il coniuge, i parenti entro il terzo grado e gli affini entro il secondo (a meno che non sia configurabile un diverso rapporto giuridico).

Dal punto di vista giuridico, l’impresa familiare è considerata un’impresa individuale, in cui la figura dell’imprenditore è assunta esclusivamente dal familiare che la esercita nei rapporti esterni.

Tuttavia, la sua peculiarità sta nella presenza di collaboratori familiari che, pur non essendo formalmente imprenditori, hanno diritti sugli utili prodotti e sui beni aziendali.

Per godere dei vantaggi fiscali dell’impresa familiare, la sua costituzione deve risultare da atto pubblico o scrittura privata autenticata da un notaio prima dell’inizio del periodo d’imposta. In questo atto devono essere indicate le generalità dei partecipanti, il vincolo di parentela e le quote di partecipazione agli utili (facoltativamente).

Diritti dei Familiari Collaboratori

I familiari che partecipano all’attività hanno diritto:

  • Alla quota di utili prodotti e ai beni acquistati con essi;
  • Agli incrementi patrimoniali dell’azienda, inclusi quelli relativi all’avviamento;
  • Alla partecipazione alle decisioni straordinarie, come la gestione degli utili e la cessazione dell’attività.

Tuttavia, essi non possono essere considerati lavoratori subordinati, a meno che non vi sia un contratto specifico in tal senso. La loro attività deve essere continuativa, anche se non necessariamente a tempo pieno.

Cessazione dell’Impresa Familiare

L’impresa familiare può cessare nei seguenti casi:

  • Morte dell’imprenditore;
  • Perdita della pluralità dei familiari partecipanti;
  • Deliberazione della maggioranza dei collaboratori;
  • Revoca dell’impresa;
  • Alienazione dell’azienda a un soggetto estraneo, con diritto di prelazione da parte dei

Quando un familiare cessa di collaborare, ha diritto alla liquidazione della propria quota, calcolata sugli utili prodotti e sugli incrementi patrimoniali maturati durante il periodo di partecipazione.

Aspetti Fiscali dell’Impresa Familiare

Dal punto di vista fiscale, l’impresa familiare permette la suddivisione del reddito prodotto dalla ditta individuale tra più soggetti, riducendo così la base imponibile su cui applicare l’aliquota dell’imposta. Tuttavia, la normativa stabilisce che:

  • Il 51% degli utili deve essere attribuito all’imprenditore;
  • Il restante 49% può essere distribuito tra i collaboratori in proporzione alla loro partecipazione;
  • In assenza di un atto notarile che certifichi la collaborazione, l’impresa non può essere considerata familiare ai fini fiscali;
  • Se uno dei partecipanti omette di dichiarare il proprio reddito, l’impresa perde la qualifica di impresa familiare e il reddito viene interamente attribuito al titolare.

Per quanto riguarda i contributi previdenziali, il titolare è responsabile del versamento sia per sé sia per i collaboratori, ai quali può richiedere il rimborso delle somme versate.

Conclusione

L’impresa familiare è uno strumento utile per coinvolgere i familiari nella gestione di un’attività economica, offrendo vantaggi sia in termini di tutela giuridica che di ottimizzazione fiscale.

Tuttavia, per garantirne il corretto funzionamento, è essenziale rispettare le normative vigenti e formalizzare adeguatamente la partecipazione dei familiari.

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Il Whistleblowing e il Decreto Legislativo 24/2023

Il 30 marzo 2023 è entrato in vigore il D.Lgs. 24/2023, che fa riferimento alla Direttiva (UE) 2019/1937, chiamata anche “Direttiva Whistleblowing”.

Con il termine whistleblowing si intende l’atto di segnalare comportamenti, atti od omissioni che ledono l’interesse pubblico o l’integrità dell’amministrazione pubblica o dell’ente privato di cui si è venuti a conoscenza per il proprio lavoro.

Questo decreto non rappresenta un primo approccio a questa tematica, in quanto la legge n. 1902 del 6 novembre 2012 aveva già introdotto, in relazione alla sola pubblica amministrazione, una prima disciplina sulla protezione del dipendente pubblico che segnali comportamenti illeciti durante l’attività lavorativa.

Una regolamentazione più compiuta del whistleblowing è sopraggiunta poi con la legge n. 1793 del 30 novembre 2017, che ha integrato la normativa concernente la tutela dei lavoratori del settore pubblico che segnalino comportamenti illeciti e ha introdotto forme di tutela anche per i lavoratori del settore privato.

Quali sono le novità che sono state apportate dal D.Lgs. 24/2023?

Le novità introdotte sono:

  • Raccogliere in un unico testo normativo l’intera disciplina, dapprima suddivisa in diverse leggi, dei canali di segnalazione e delle tutele riconosciute ai segnalanti (c.d. whistleblowers) sia del settore pubblico che privato;
  • Fornire maggiore tutela al whistleblower e ai suoi familiari, questo per cercare di incentivare le segnalazioni di illeciti nei limiti e con le modalità indicate nel decreto;
  • Allargare la platea degli enti organizzativi che avranno l’obbligo di applicare tale decreto, ovvero l’obbligo di adottare canali di segnalazione sicuri volti alla tutela della riservatezza dei whistleblowers pena l’applicazione di sanzioni;
  • Predisporre nuovi canali di segnalazione, oltre a quelli interni già esistenti;
  • Estendere il perimetro degli illeciti potenzialmente oggetto di segnalazione.

Quali sono gli enti coinvolti dal D.Lgs. 24/2023?

I soggetti che dovranno attuare il decreto sono sia enti pubblici che aziende / organizzazioni private.

In particolare, i soggetti del settore privato sono:

  • Enti che hanno impiegato, nell’ultimo anno, la media di almeno 50 lavoratori subordinati con contratti di lavoro a tempo indeterminato o determinato;
  • Enti che non hanno raggiunto la soglia dei 50 lavoratori subordinati, ma rientrano tra quelli obbligati al rispetto della normativa in materia di servizi, prodotti e mercati finanziari e prevenzione del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo, tutela dell’ambiente e sicurezza dei trasporti;
  • Enti che rientrano nell’ambito di applicazione del d.lgs. 231/2001 e adottano modelli di organizzazione e gestione ivi previsti (anche se non hanno raggiunto la soglia dei 50 lavoratori subordinati).

Quali sono le scadenze per l’attuazione del D.lgs. 24/2023?

Il decreto deve essere attuato entro:

  • Il 15 luglio 2023 per enti/aziende che hanno un numero di dipendenti pari o superiore ai 250;
  • Il 17 dicembre 2023 per enti/aziende che hanno un numero di dipendenti che va dai 50 ai 249.

Di quali tutele gode chi compie la segnalazione?

Il whistleblower è la persona che segnala, ovvero denuncia all’Autorità giudiziaria o contabile, violazioni di disposizioni normative nazionali o dell’Unione europea che ledono l’interesse pubblico o l’integrità dell’amministrazione pubblica o dell’ente privato, di cui è venuta a conoscenza in un contesto lavorativo pubblico o privato.

Le tutele che vengono fornite a questi soggetti sono:

  • Tutela di riservatezza: l’identità del segnalante non può essere rivelata a persone diverse da quelle competenti a ricevere o a dare seguito alle segnalazioni;
  • Protezione dalle ritorsioni: è vietata ogni forma di ritorsione anche solo tentata o minacciata;
  • Limitazioni della responsabilità: non è punibile chi riveli o diffonda informazioni delle violazioni coperte da obbligo di segreto, relative alla tutela del diritto d’autore etc., purché al momento della segnalazione vi fossero fondati motivi per ritenere che la rivelazione o diffusione delle stesse informazioni fosse necessaria per svelare la violazione;
  • Misure di sostegno: consistono in informazioni, assistenza e consulenze a titolo gratuito sulle modalità di segnalazione e sulla protezione dalle ritorsioni offerta dalle disposizioni normative nazionali e da quelle dell’Unione Europea, sui diritti della persona coinvolta, nonché sulle modalità e condizioni di accesso al patrocinio a spese dello Stato.

Queste forme di tutela, oltre che al whistleblower, vengono garantite anche ai suoi familiari, colleghi e facilitatori; quest’ultimo è colui che assiste il segnalante durante il processo di segnalazione.

In che modo il whistleblower può fare una segnalazione?

Con il nuovo decreto un soggetto può fare una segnalazione utilizzando uno dei seguenti canali:

  1. Canale di divulgazione interno;
  2. Canale di divulgazione esterno;
  3. Divulgazione pubblica.

Per quanto riguarda il canale interno, questo deve essere progettato con misure di sicurezza tali da garantire, ove necessario anche tramite strumenti di crittografia, la riservatezza dell’identità del segnalante, delle persone coinvolte e comunque menzionate nella segnalazione, nonché del contenuto della stessa e della relativa documentazione.

La gestione del canale interno deve essere affidata a una persona o a un ufficio interno autonomo dedicato e con personale formato a riguardo oppure ad un soggetto esterno, anch’esso autonomo e con personale specificamente formato.

Il canale esterno rappresenta una delle novità del D.Lgs. 24/2023 che lascia all’autonoma e discrezionale valutazione del segnalante la decisione di attivare tale percorso al verificarsi di alcune specifiche condizioni.

L’Anac è il soggetto che ha l’onere di attivare la piattaforma informatica che consentirà il corretto funzionamento di tale percorso di segnalazione da parte del whistleblower e dovrà offrire le medesime garanzie di riservatezza già indicate per il canale di segnalazione interna.

In merito alla divulgazione pubblica, questa viene disciplinata dall’art. 15 del D.Lgs. 24/23 e come per le segnalazioni esterne vengono definite le condizioni al verificarsi delle quali il segnalante può utilizzare tale modalità; inoltre, il soggetto beneficerà delle medesime misure di protezione accordate dal decreto per l’utilizzo del canale interno/esterno.

Quali sono le sanzioni applicabili?

L’ANAC applica al responsabile le seguenti sanzioni pecuniarie:

  1. Da 10.000 a 50.000 euro quando accerta che sono state commesse ritorsioni o quando accerta che la segnalazione è stata ostacolata o che si è tentato di ostacolarla o che è stato violato l’obbligo di riservatezza;
  2. Da 10.000 a 50.000 euro quando accerta che non sono stati istituiti canali di segnalazione, che non sono state adottate procedure per l’effettuazione e la gestione delle segnalazioni, ovvero che l’adozione di tali procedure non è conforme alla normativa, nonché quando accerta che non è stata svolta l’attività di verifica e analisi delle segnalazioni ricevute;
  3. Da 500 a 2.500 euro quando accerta che è stato violato l’obbligo di riservatezza circa l’identità del segnalante.

Perché è importante questo Decreto?

Per concludere, il Decreto Legislativo 24/2023 segna un notevole progresso nella promozione della cultura del whistleblowing in Italia.

Ha introdotto diverse novità alle normative precedenti, offrendo un maggiore sostegno e protezione ai segnalanti, sia nel settore pubblico che in quello privato. La garanzia della riservatezza dell’identità del segnalante, la protezione dalle ritorsioni e la limitazione della responsabilità nel caso di divulgazione pubblica sono aspetti fondamentali che incoraggiano la segnalazione di comportamenti illeciti dannosi per l’interesse pubblico.

L’obiettivo principale della Direttiva Whistleblowing è di promuovere un ambiente lavorativo più sano e trasparente, compiendo un passo importante verso una società più equa, etica e responsabile.

Taglio cuneo fiscale

Taglio del cuneo fiscale: un reale sostegno all’impresa?

Il 1° maggio 2023 è stato approvato dal Consiglio dei Ministri il Decreto Lavoro, che taglierà di 4 punti percentuali il cuneo fiscale. In termini semplici, il cuneo fiscale è la differenza tra lo stipendio lordo, versato dal datore di lavoro, e la cifra netta percepita dal dipendente in busta paga. Nello specifico, questo taglio andrà ad aggiungersi a quello già effettuato tramite la Legge di Bilancio per i redditi inferiori ai 35mila euro annui.

Presentato come sostegno tangibile contro l’aumento del costo della vita, -parole del ministro Giorgetti- il Decreto Lavoro si pone l’obiettivo di fronteggiare l’annoso problema dell’inadeguatezza salariale italiana. L’idea alla base non è una novità: adeguare gli stipendi al costo della vita permetterà di aumentare i consumi della popolazione, creando più mercato per le imprese.

Ma un minore ammontare di trattenute in busta paga rappresenta una vera soluzione al problema?

Cosa cambia in busta paga?

Questa misura, valida da luglio a dicembre 2023, permetterà di appesantire le buste paga dei lavoratori con retribuzione lorda annua fino a 35mila euro. Più nel dettaglio:

  • per retribuzioni fino a 25mila euro lo sconto percentuale salirà al 7 percento, contro il precedente taglio di 3 punti;
  • per la fascia compresa tra i 25 e i 35mila, invece, il taglio percentuale arriverà al 6 percento, dai 2 punti di cui già godeva.

Stando alle elaborazioni dello studio De Fusco Labour & Legal, questi tagli si tradurranno in un aumento di 96 euro al mese circa per un reddito di 25mila euro e di circa 99 euro per un reddito di 35mila euro.

La situazione italiana

In base al rapporto Taxing Wages reso noto dall’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), nel 2021 il cuneo fiscale in Italia è stato del 46,5%, al quinto posto della classifica. In testa, il Belgio (52,6%), seguito da Germania (48,1%), Austria (47,8%) e Francia (47%).

Ciò nonostante, dall’elaborazione Openpolis sui dati Ocse, la variazione dello stipendio medio in base all’inflazione nel decennio 1990-2020 si è attestata ad un 25,5% per il Belgio, 33,7% per la Germania, 24,9% per l’Austria e un 31,1% per la Francia, contro lo scoraggiante primato italiano che segna un peggioramento del -2,9%. Questo implica che gli stipendi in Italia, a differenza di quanto accaduto negli altri Paesi con elevata pressione fiscale, non sono stati adeguati all’inflazione degli ultimi vent’anni. È, quindi, evidente come l’erosione del potere d’acquisto nel nostro caso sia multifattoriale.

Vi è poi un’ulteriore considerazione da fare: nel caso in cui l’Italia dovesse ridurre il debito pubblico dello 0,85% del Pil, così come previsto, per il governo sarebbe a dir poco difficile riuscire a reperire finanziamenti per un nuovo taglio del cuneo fiscale nel 2024. È, perciò, chiaro come questo genere di misura vada interpretata in un’ottica di temporaneità, più che come un’effettiva soluzione a medio-lungo raggio.

Il vero motivo per cui gli stipendi sono così bassi

Sempre dati Ocse alla mano, è possibile notare che la produttività generale dei fattori (manodopera, capitali, ecc.) è praticamente la stessa dal 1985 in Italia; eccezion fatta per il biennio 2020-21, dove la statistica è stata pesantemente influenzata dalla pandemia e dal lockdown.

In un contesto di scarsa produttività, le uniche due strategie per poter rimanere competitivi a livello internazionale consistono nel mantenere una bassa retribuzione, oppure applicare politiche economiche che vadano ad aumentare il debito pubblico per compensare la svalutazione del tasso di cambio. Da queste valutazioni, emerge il fatto che il vero nocciolo della questione non è tanto nella tassazione del lavoro, quanto nella mancata crescita economica del paese.

Certo, una delle cause di questo è dovuta all’elevata tassazione e alla difficoltà di accedere al credito (e il rapporto della Banca Mondiale, Doing Business, lo conferma), ma il Centro Studi Fondazione Ergo sottolinea come siano da prendere in considerazione anche la tendenza diffusa nel tessuto produttivo italiano a:

  • Non investire in innovazione;
  • Effettuare produzioni a basso contenuto tecnologico;
  • Non investire abbastanza nella formazione dei lavoratori (con conseguente disallineamento tra domanda e offerta di lavoro);
  • Non preparare adeguatamente i manager e gli imprenditori stessi.

Inoltre, secondo un ulteriore studio basato sulle statistiche Eurostat 2019-2021, oltre alle cause precedentemente nominate, a incidere sul valore del salario medio italiano, si aggiunge:

  • Una forte discontinuità lavorativa (ricorso eccessivo a contratti di lavoro non standard);
  • Una crescente presenza di qualifiche più basse (scarse quote di dirigenti, professioni intellettuali e scientifiche).

Conclusioni

Andando ad analizzare le cause del ristagno economico italiano, emerge quindi come il cuneo fiscale elevato sia solamente parte di una situazione più complessa e sfaccettata. In definitiva, riteniamo che il futuro dell’impresa italiana, più che fare affidamento su “soluzioni tampone”, come possono essere quella del taglio al cuneo fiscale, debba puntare a una strategia lungimirante, che miri a tornare competitiva sul panorama europeo e internazionale, tramite interventi di riqualificazione del tessuto produttivo.

Se sei interessato a ridurre i costi del personale della tua azienda e/o vuoi richiederci una consulenza specializzata, contattaci all’indirizzo bfaimpresa@bfamail.com.

Rottamazione-quater

Rottamazione-Quater: la proroga dei termini “secondo” il MEF

Nell’ambito della c.d. rottamazione-quater, una novità assai recente è intervenuta con il comunicato stampa n. 68 del 21 aprile 2023 scorso, da parte del MEF, che ridefinisce il termine per presentare la domanda di adesione alla procedura, rinviandolo dal 30 aprile al 30 giugno 2023.

Rottamazione-Quater, di cosa si tratta?

La L. n. 197/2022 (Legge di Bilancio 2023) ha introdotto, all’art. 1 co. 231-252 la c.d. “rottamazione-quater”, la nuova procedura di rottamazione delle cartelle di pagamento relative debiti tributari e contributivi contenute in carichi affidati all’agente della riscossione (ex Equitalia, ora Agenzia Entrate-Riscossione) dal 1° gennaio 2000 al 30 giugno 2022.

L’agevolazione per il contribuente consiste nello stralcio degli interessi, degli aggi e delle sanzioni amministrative; ciò comportando, sul piano pratico, che siano dovute unicamente le somme a titolo di capitale, nonché le spese di notifica della cartella e di rimborso spese per le eventuali procedure esecutive.

Chi può beneficiare della rottamazione?

La rottamazione è fruibile:

  • dai contribuenti che non hanno presentato domanda per le rottamazioni precedenti;
  • dai contribuenti che hanno aderito alle precedenti rottamazioni e che sono decaduti a seguito di mancato pagamento delle rate;
  • dai contribuenti che hanno fruito del c.d. “saldo e stralcio” degli omessi versamenti ex L. 145/2018 e che sono decaduti a seguito di mancato pagamento delle rate;
  • dai contribuenti che hanno in corso rate relative al c.d. “saldo e stralcio” e alle precedenti rottamazioni.

Le modalità operative per accedere alla definizione

Il beneficio è fruibile mediante la presentazione, da parte del contribuente, di una dichiarazione telematica (secondo le modalità indicate dall’agente della riscossione sul proprio sito internet) recante la volontà di aderire all’agevolazione rinunciando agli eventuali contenziosi pendenti relativi ai carichi che intende definire, con l’indicazione eventuale del numero delle rate, fino al massimo di 18, con cui intende effettuare il pagamento di quanto dovuto. Tale domanda deve essere presentata entro il 30 giugno 2023.

In un momento successivo, e comunque entro il 30 settembre 2023, l’agente della riscossione comunicherà al contribuente l’importo delle somme o delle rate da versare, con le relative scadenze (entro la stessa data dovrà essere comunicato l’eventuale diniego della richiesta avanzata, con evidenza delle motivazioni di rigetto della stessa – l’eventuale diniego potrà essere impugnato davanti al giudice tributario).

Dopodiché, al fine del perfezionamento della procedura, il pagamento dovrà essere tempestivo. Il mancato, tardivo o insufficiente versamento, infatti, che sia superiore a cinque giorni dell’unica rata ovvero di una di quelle in cui è stato dilazionato il pagamento delle somme comporta la decadenza dal beneficio in oggetto.

In base alle nuove scadenze, il pagamento della prima o unica rata ha come termine il 31 ottobre 2023, mentre la seconda rata, in base al calendario attuale e salvo eventuali modifiche future, ha scadenza il 30 novembre 2023. Sia la prima che la seconda rata dovranno essere pari, ciascuna, al 10% delle somme complessivamente dovute a titolo di definizione agevolata, mentre le restanti (16) rate saranno di pari importo e avranno scadenza il 28 febbraio, 31 marzo, 31 luglio e 30 novembre di ciascun anno.

I versamenti potranno avvenire mediante bollettini precompilati allegati alla comunicazione, tramite domiciliazione bancaria o presso gli uffici dell’agente della riscossione. È in ogni caso esclusa la compensazione.

La proroga dei termini e le nuove scadenze

Come anticipato sopra, il termine per la presentazione della domanda è stato ora rinviato al 30 giugno, “slitta” così di conseguenza al 30 settembre 2023 (invece che al 30 giugno) il termine entro il quale l’Agenzia delle Entrate-Riscossione è tenuta a comunicare al contribuente quanto dovuto ai fini del perfezionamento della definizione.

Il comunicato del MEF si conclude specificando che interverrà una nuova disposizione, la quale stabilirà che il termine per il pagamento della prima o unica rata, originariamente fissato al 31 luglio 2023, slitterà al 31 ottobre 2023.

Per richieste specifiche o approfondimenti relativi alla rottamazione, contattaci all’indirizzo bfaimpresa@bfamail.com.

crisi impresa copertina

Il rinvio del Codice della Crisi e dell’Allerta: al via la nuova composizione negoziata

L’art. 1 del D.L. 24 agosto 2021, n. 118, in vigore dal 25 agosto 2021, ha modificato l’art. 389 del D.Lgs. 14/2019, stabilendo il differimento al:

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  • 16 maggio 2022 dell’entrata in vigore del Codice della Crisi d’impresa e dell’insolvenza, che avrebbe dovuto essere operativo dal 1° settembre 2021, per effetto dell’art. 5 del D.L. 23/2020, in luogo dell’originaria decorrenza del 15 agosto 2020;

  • 31 dicembre 2023 dell’applicabilità delle disposizioni previste dal titolo II, riguardanti gli strumenti di allerta, gli indici della crisi, l’OCRI, il procedimento di composizione assistita della crisi e le misure premiali.

Composizione negoziata per la soluzione della crisi d’impresa

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Il successivo art. 2 del D.L. 118/2021, in vigore dal 15 novembre 2021, ha introdotto un nuovo istituto di risanamento, costituito dalla “composizione negoziata per la soluzione della crisi d’impresa”.

In particolare, tale norma riconosce all’imprenditore agricolo e commerciale (anche se “sotto soglia” o appartenente ad un gruppo di imprese), in condizioni di squilibrio patrimoniale oppure economico-finanziario che ne rendono probabile la crisi o l’insolvenza, la possibilità di richiedere al Segretario Generale della Camera di Commercio – individuata in base alla sede legale dell’impresa – la nomina di un esperto indipendente, quando risulta ragionevolmente perseguibile il risanamento dell’impresa (verificabile anche tramite una nuova piattaforma telematica nazionale).

Tale professionista svolgerà un ruolo di “facilitatore”, in quanto incaricato di agevolare le trattative tra l’imprenditore, i creditori ed eventuali altri soggetti interessati. Questo al fine di individuare una soluzione per il superamento dello squilibrio critico, anche mediante il trasferimento dell’azienda o di suoi rami (che potrà essere autorizzato dal Tribunale senza l’applicazione dell’art. 2560 c.c., fermo restando l’art. 2112 c.c.).

La domanda presentata dall’imprenditore potrebbe, inoltre, consentire l’accesso ad alcuni specifici benefici.
Ad esempio: le misure protettive e cautelari, oltre a quelle premiali, la sospensione degli obblighi civilistici di ricapitalizzazione, l’autorizzazione all’assunzione di finanziamenti prededucibili e la rinegoziazione dei contratti.

In conclusione…

La conclusione delle trattative con i creditori potrà condurre alla sottoscrizione di un accordo che produrrà gli stessi effetti del piano attestato di risanamento, senza la necessità dell’attestazione, oppure di una convenzione di moratoria, nonché al deposito dell’istanza di omologazione degli accordi di ristrutturazione dei debiti.

In alternativa, è possibile predisporre un piano attestato di risanamento, o proporre una domanda di concordato preventivo “semplificato”, per la liquidazione del patrimonio, direttamente omologabile dal tribunale, non essendo previsto il voto dei creditori (che possono comunque opporsi all’omologazione).

Si segnala, infine, che l’art. 20 del D.L. 118/2021, in vigore dal 25 agosto 2021, ha anche apportato alcune significative modifiche alla Legge Fallimentare, in materia di concordato preventivo, accordi di ristrutturazione dei debiti e convenzioni di moratoria.