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HR Analytics e turnover dei dipendenti

Quando il turnover, ovvero il “ricambio del personale” in un’azienda, raggiunge livelli troppo alti, può generare serie difficoltà per l’impresa, sia in termini di costi, di efficienza operativa e di capacità competitività. Ecco perché è necessario mettere in atto delle strategie per prevedere tale fenomeno e gestirlo nel migliore dei modi.
Oggi, un valido supporto per prevenire il turnover dei dipendenti, arriva dall’HR Analytics, ossia un approccio basato sulla raccolta, analisi e gestione di una vasta quantità di dati relativi alle persone che fanno parte di un’azienda.

 

COS’È IL TURNOVER

Nel linguaggio delle Risorse Umane, il termine inglese “turnover” (“rotazione”, “ricambio”) indica il flusso di persone in entrata e in uscita da un’azienda. È bene sottolineare che il turnover del personale è un processo assolutamente fisiologico e naturale. Difficilmente, infatti, una persona trascorrerà tutta la propria vita nello stesso luogo di lavoro.
Tuttavia, quando questo “ricambio” diventa troppo frequente, può trasformarsi in un serio e preoccupante problema. Un turnover alto è infatti sintomo di un malcontento interno, quasi sempre legato ad una cattiva gestione delle risorse e/o ad una mancanza di organizzazione del lavoro.
Gli effetti negativi per l’impresa possono includere:

  • una riduzione della produttività;
  • un aumento dei costi(per cercare e formare il nuovo personale);
  • un aumento del carico di lavoro per gli altri dipendenti;
  • una perdita di competitività(in genere, sono i lavoratori più talentuosi a lasciare l’azienda).

L’HR ANALYTICS COME APPROCCIO PER AFFRONTARE IL TURNOVER

Poter calcolare il turnover aziendale è quindi importante per conoscere l’entità del fenomeno e individuare le strategie giuste per contenerlo o prevenirlo quando sta per diventare preoccupante. L’HR Analytics, in tutto questo, rappresenta dunque un valido supporto per qualsiasi tipo di impresa.

Tale approccio, infatti, si basa sullo sviluppo di modelli previsionali: algoritmi, ottenuti a partire dall’analisi di diverse tipologie di dati a disposizione, che permettono di individuare le tendenze e le caratteristiche tipiche dei dipendenti che decidono di lasciare l’azienda e di stimarne le probabilità di abbandono, aiutando perciò i responsabili HR a mettere in atto strategie necessarie a contenere il turnover e le sue conseguenze.

Tra gli strumenti utili a creare tali modelli previsionali rientrano per esempio le “Exit Interview”, ovvero i colloqui con chi sta per uscire dall’azienda. Uno dei principali problemi, infatti, è che, quando i dipendenti se ne vanno, non sempre le imprese indagano sulle motivazioni profonde che hanno determinato tale decisione. L’exit Interview è invece l’occasione per conoscere cosa pensano davvero i dipendenti e per analizzare, in modo più approfondito, le ragioni dell’abbandono.

Per gestire al meglio il turnover ed evitare che l’abbandono dell’azienda diventi una tendenza diffusa è consigliabile inoltre:

  • prevedere piani di formazione e sviluppo del personale;
  • incoraggiare e facilitare la comunicazione interna;
  • realizzare programmi di incentivi e revisionare le retribuzioni;
  • coinvolgere il personale nel raggiungimento degli obiettivi.
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L’Importanza dell’Analisi del Clima Aziendale

 Un Investimento Strategico per Titolari e HR Manager

In un mercato del lavoro sempre più competitivo, trattenere i talenti e attrarne di nuovi non è solo una questione di stipendio o benefit. Le persone cercano ambienti in cui sentirsi ascoltate, valorizzate e motivate. Ecco perché l’analisi del clima aziendale sta diventando una leva strategica imprescindibile per imprenditori e responsabili delle risorse umane.

Un clima interno positivo ha un impatto diretto su produttività, motivazione e fidelizzazione del personale.

Le aziende che investono in questo tipo di analisi si trovano in una posizione di vantaggio: sanno cosa funziona, cosa va migliorato e come intervenire prima che problemi interni si trasformino in dimissioni o cali di performance.

Perché è Importante?

L’analisi del clima aziendale permette di identificare punti di forza e aree critiche nella gestione quotidiana, nella comunicazione interna, nei processi e nei rapporti tra colleghi e management.

Attraverso strumenti come sondaggi anonimi, interviste e focus group, si raccolgono dati fondamentali per:

  • migliorare la leadership,
  • intercettare situazioni di malessere o frustrazione,
  • ottimizzare l’organizzazione del lavoro.

Un clima aziendale sano è anche un ottimo alleato nei processi di selezione: oggi i candidati sono molto attenti alla reputazione interna delle aziende e valutano il benessere organizzativo tanto quanto le condizioni contrattuali.

I Benefici Concreti per l’Azienda

  1. Maggiore produttività: dipendenti più motivati lavorano meglio e con maggiore autonomia.
  2. Riduzione del turnover: trattenere i talenti è meno costoso che sostituirli.
  3. Comunicazione più fluida: meno conflitti, più collaborazione tra reparti.
  4. Coinvolgimento reale: ascoltare i dipendenti aumenta il senso di appartenenza.
  5. Innovazione continua: un ambiente sereno stimola nuove idee e soluzioni.
  6. Employer branding solido: un buon clima interno è uno dei migliori biglietti da visita sul mercato del lavoro.
  7. Supporto ai processi HR: conoscere il clima permette di strutturare meglio formazione, valutazioni, percorsi di carriera e onboarding.

Quando e Come Attuare l’Analisi

Per essere utile, l’analisi del clima deve essere pianificata e ripetuta nel tempo, non solo quando emergono problemi. Serve un approccio strutturato e neutrale, meglio se guidato da un partner esterno che garantisca obiettività, riservatezza e strumenti professionali. 

Secondo uno studio Gallup del 2024, le aziende che ascoltano attivamente il proprio personale e agiscono di conseguenza, vedono un miglioramento medio del 23% nella retention dei dipendenti e un +18% nella customer satisfaction.

Un’Opportunità per Crescere

Investire nell’analisi del clima aziendale non è un costo, ma un acceleratore di risultati.

Per questo molte PMI ci contattano non solo per la selezione del personale, ma anche per avviare percorsi di ascolto e mappatura del clima interno. Capire cosa pensano davvero le persone che lavorano con te è il primo passo per costruire un’azienda più forte, attrattiva e sostenibile.

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Il Job Hopping

Se hai tra i 25 e i 35 anni stai vivendo nell’era del Job Hopping.

Si tratta di un trend comune tra i millenial, un fenomeno caratterizzato dal frequente cambio di lavoro, addirittura, in alcuni casi, ogni anno, allontanandosi completamente dalla definizione di lavoro stabile e duraturo.

Le ragioni di questo cambiamento sono comuni: il desiderio di avere una retribuzione più soddisfacente, aprirsi nuove possibilità di carriera e un generale desiderio di cambiamento, di crescita. Persino la speranza che, intraprendendo un nuovo percorso professionale, si riducano le condizioni di stress e si possa ricominciare con uno spirito rinnovato.

Perché si verifica il Job Hopping?

La causa è multifattoriale ed è da ricercarsi nella ricerca, da parte delle persone, di aziende che abbiano a cuore il benessere dei dipendenti. Questo si riflette nella ricerca di politiche che garantiscono flessibilità e dunque equilibrio tra vita privata e lavoro (WLB – Work-Life-Balance) e possibilità di lavorare in smart working. Ulteriore aspetto è la valorizzazione del proprio lavoro attraverso la possibilità di ottenere concrete opportunità di carriera. Inoltre, un aspetto di cui tenere conto è quello etico, ovvero la ricerca di ambienti di lavoro caratterizzati da valori e interessi in cui la persona può rispecchiarsi e di cui può farsi portatrice.

In parte, però, è possibile che il Job Hopping sia frutto del contesto storico attuale, che coincide con condizioni socioeconomiche legate a crisi e precarietà. Sicuramente, però, a incidere allo sviluppo di questo fenomeno è stato l’avvento delle tecnologie digitali che hanno facilitato “il passaparola”: ormai non è più necessario stampare milioni di cv e girare porta a porta per le aziende. Spesso oggi, basta solo cliccare un tasto per mandare la propria candidatura.

Quali sono gli aspetti negativi ?

Fino a qualche anno fa il cambio frequente di lavoro rappresentava una macchia sul curriculum, qualcosa valutato negativamente da parte dei recruiter.

La tendenza del job hopping sta trasformando la concezione, che varie esperienze siano per forza sinonimo di inaffidabilità o mancanza di serietà e professionalità.

Cambiare spesso può essere interpretato come mancanza di affezione all’azienda e al ruolo ricoperto e quindi risultare un alert negativo per i recruiter. Inoltre, potrebbe essere sintomo di difficoltà da parte della persona d’adattarsi all’ambiente di lavoro.

A questo va aggiunto che rimanere poco in un’azienda non permette alla stessa d’investire sulla persona.

Infine, cambiare spesso lavoro rende frammentaria l’esperienza e non dà il tempo alla persona di sviluppare una conoscenza approfondita su un dato mercato.

Come evitarlo?

In che modo è possibile evitare che i lavoratori scappino e si debba ricominciare da capo tra selezione e formazione, ogni due anni? Innanzitutto, partendo dalla valorizzazione dei lavoratori. I talenti che sono già attivi all’interno dell’azienda hanno bisogno di essere messi nelle condizioni migliori. Così da non dover per forza trovare come irresistibile l’impulso a cercare un nuovo impiego con potenzialità di crescita maggiori.

Evitare che si manifesti con troppa costanza il Job Hopping non è un’operazione che deve essere applicata solo con i dipendenti già inseriti. Se è vero che prevenire è meglio che curare, lo è altrettanto mettere in chiaro tutti gli aspetti più salienti proprio in fase di colloquio. Essere trasparenti sulle possibili prospettive.

La ricerca del lavoro platonico è infinita. Da un lato è chiaro che questa perenne aspirazione verso nuovi obiettivi, può essere di per sé positiva, però non sempre una crescita professionale avviene solo se si cambia di continuo. Questa attività può portare anche a esiti meno positivi, anche agli occhi dei recruiter e delle possibili future aziende. La scelta di fare Job Hopping e la relativa frequenza dovrebbe essere sempre fatta in modo oculato.

Resta però sempre attiva la sfida che aziende e team HR si trovano ad affrontare ultimamente: attrarre e trattenere giovani talenti, garantendo loro equilibrio tra lavoro e vita personale.

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Sindrome da Bore-Out: un nemico sottovalutato

Qualche tempo fa abbiamo pubblicato un articolo sul  tema del Burn-out: una condizione di esaurimento nervoso del soggetto caratterizzata da stress e ansia nel luogo di lavoro e dalla possibile manifestazione fisica di sintomi negativi e, di conseguenza, rischiosi per la salute della persona e dell’azienda.

Non meno pericolosa risulta essere la sindrome del Bore-out, di cui, però, si sente parlare di meno.

COSA SIGNIFICA BORE-OUT

Mentre il Born-out si caratterizza per essere una condizione logorante e di esaurimento per l’individuo a causa della quantità esagerata di compiti da portare a termine, il Bore-out rappresenta lo sfinimento per noia e per, al contrario, la mancanza di lavoro, di stimoli e di coinvolgimento.

Per alcuni, fare la “bella vita” in ufficio, ingannare il tempo occupandosi di faccende personali e avere un carico di lavoro tutt’altro che impegnativo, sembra quasi un sogno o comunque una situazione di “benessere” a cui tutti dovrebbero mirare. Per tanti altri, invece, tale condizione di lavoro suscita tutto fuorché benessere e serenità, ma, piuttosto, un vero e proprio problema che, se prolungato nel tempo, rischia di produrre nei soggetti sintomi molti simili a quelli che caratterizzano il Burn-out.

CAUSE E CONSEGUENZE

Ma quali sono i motivi che possono indurre al Bore-out? In verità possiamo contare tantissime cause scatenanti. Tra le più rilevanti:

  • poca organizzazione;
  • inadeguata definizione dei ruoli;
  • mancata presenza di un leader;
  • insufficienti attività stimolanti;
  • poco o nullo riconoscimento e apprezzamento.

Tutti fattori, questi, che pongono un alto rischio di incorrere in sintomi, fisici e psichici, analoghi a quelli del Burn-out, come ad esempio:

  • insonnia;
  • mal di testa/schiena/pancia;
  • insoddisfazione;
  • frustrazione;
  • ansia;
  • depressione.

COME EVITARLO?

Per fare in modo di contrastare il fenomeno del Bore-out, ritengo di fondamentale importanza che, all’interno delle realtà aziendali, si inizi a prestare sempre più attenzione a quanto sia importante la prevenzione.

Ma cosa significa prevenire in questo caso? Significa mettersi nell’ottica di ascoltare l’altro, che sia un sottoposto, un collega o un responsabile.

Significa impegnarsi nel creare dei filoni di contatto tra tutti i componenti dell’azienda, dal dipendente al datore di lavoro, facendo sì di favorire così una comunicazione continua e costante e, di conseguenza, un ambiente di lavoro più sano e motivante possibile.

Organizzare incontri periodici come mezzo di confronto e scambio, non solo di opinioni ed idee, ma anche di dubbi ed incertezze, risulta quindi essere una strategia adottata da sempre più aziende per andare contro alle problematiche che questo “silenzioso” fenomeno può causare.

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Reputazione Aziendale 2.0: Come l’Era Digitale Ridefinisce il Successo

L’importanza della Reputazione Aziendale nell’era digitale

Nell’attuale scenario aziendale dominato dalla digitalizzazione e dalla trasparenza, la reputazione aziendale è diventata un elemento critico per il successo e la sostenibilità delle imprese.

 Alla luce di questo, qual è l’importanza della reputazione nelle aziende odierne? Quali sono gli impatti? E in che modo le organizzazioni possono costruire e gestire efficacemente la propria immagine?

  • Fiducia e Credibilità

La reputazione di un’azienda influenza direttamente il grado di fiducia che i clienti, gli investitori e gli altri stakeholder hanno nei suoi confronti. Un’azienda con una reputazione solida e positiva gode di maggiore credibilità sul mercato, il che si traduce in un vantaggio competitivo significativo. La fiducia dei consumatori è fondamentale per l’acquisizione ed il mantenimento di dei clienti.

  • Talent Attraction

Un’azienda con una reputazione positiva è in grado di attrarre e trattenere i migliori talenti nel mercato del lavoro. I professionisti qualificati cercano aziende che sono considerate etiche, innovative ed orientate al benessere dei dipendenti.

  • Resilienza e Posizionamento sul mercato

La reputazione di un’azienda può fungere da ammortizzatore durante i periodi di crisi o difficoltà, permettendo di superare le crisi senza subire danni significativi alla sua immagine. Inoltre, trasparenza, coerenza e tempestività nella gestione della crisi possono aiutare a preservare la fiducia degli stakeholder e minimizzare l’impatto negativo sul business.

  • Posizionamento sul mercato

In un mercato affollato e competitivo, la reputazione può essere un importante fattore di differenziazione. È un vantaggio strategico che consente all’azienda di posizionarsi come leader del settore e mantenere una base clienti fedele.

  • Crescita e sostenibilità a lungo termine

Le aziende che investono nella costruzione e nella gestione della propria reputazione sono più resilienti agli shock esterni, più attraenti per gli investitori e si adattano più facilmente ai cambiamenti del mercato. La reputazione può diventare dunque un asset strategico che contribuisce al successo ed alla prosperità nel lungo termine.

In Conclusione, costruire una reputazione solida richiede impegno, coerenza e trasparenza ma i benefici a lungo termine ne rendono ampiamente valido lo sforzo.

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Il Recruiting Marketing

C’era una volta il recruiting e c’era una volta il marketing. Raramente si incrociavano nonostante avessero in comune l’obiettivo di far crescere l’azienda e renderla leader nel suo settore. Tuttavia, con l’avvento del digitale, questi due mondi hanno iniziato a contaminarsi fino a dare origine a un nuovo concetto: il Recruiting Marketing.

Cos’è il recruiting marketing?

Il Recruiting Marketing rappresenta l’unione strategica tra le risorse umane e il marketing per rendere le aziende competitive sul mercato del lavoro e attrarre i migliori candidati. Questo approccio mira a promuovere l’immagine aziendale e a valorizzare la cultura e i valori del brand, trattando i candidati come clienti, anche l’obiettivo di conversione non è un acquisto.

Proprio come nel marketing tradizionale, esistono numerosi approcci da adottare e testare, la cui efficacia varia a seconda dell’azienda e del contesto in cui opera. Alcune strategie efficaci includono:

  • Creazione di Contenuti Promozionali: Contenuti che mostrano la cultura aziendale possono attrarre candidati interessati a un ambiente di lavoro positivo e stimolante.
  • Utilizzo dei Social Media: Condividere storie di successo dei dipendenti sui social media aiuta a costruire una reputazione aziendale positiva e a raggiungere un pubblico più ampio.
  • Esperienze dei Dipendenti: Raccontare le esperienze positive dei dipendenti attuali può essere un forte incentivo per i potenziali candidati.

Quali sono i benefici di questa pratica per le aziende che la adottano?

  • Attrazione dei migliori talenti: Con una strategia di recruiting marketing ben articolata, l’azienda può diventare un vero e proprio faro capace di attirare i migliori talenti sul mercato del lavoro. Creando contenuti significativi, i candidati di alto livello saranno più propensi a candidarsi per un ruolo all’interno di essa.
  • Riduzione del tempo di assunzione: Una presenza online efficace e una reputazione positiva accelerano il processo di hiring (assunzione), poiché i candidati arrivano alle fasi di confronto già informati e interessati all’azienda.
  • Miglioramento della reputazione dell’azienda: Quando si condividono storie di successo dei dipendenti o si mostrano iniziative aziendali per la società, questo attrae i migliori talenti, ma costruisce anche fiducia e rispetto tra clienti, partner e stakeholder. In fin dei conti, un’azienda con una buona reputazione attira non solo i migliori candidati, ma anche i migliori partner, investitori e collaboratori.
  • Creazione di un talent pool: Non solo il recruiting marketing attira candidati per le posizioni aperte al momento, ma aiuta a costruire anche un bacino di talenti per il futuro. Questo crea un talent pool che può essere sfruttato per le future esigenze di assunzione dell’azienda.

Inoltre, ecco alcune tecniche da considerare nel recruiting marketing:

  • Creazione e pubblicazione di branded content: Una delle tecniche più efficaci di recruiting marketing è la creazione di contenuti che mostrino l’azienda tramite il cosiddetto branded content. Ciò consiste in contenuti che generano valore per l’audience aziendale, mettendo in risalto l’impresa, i valori e la cultura. Degli esempi potrebbero essere i blog, i video, i post che mostrano come l’azienda opera nel quotidiano.
  • Utilizzo dei social media: I social media sono uno strumento prezioso per il recruiting marketing. Attraverso i post sui social, si può mostrare la vita quotidiana in azienda, celebrare i successi, condividere le notizie e coinvolgere i potenziali candidati.
  • Analisi e monitoraggio dei dati: L’analisi e il monitoraggio dei dati sono fondamentali per capire l’efficacia delle strategie di recruiting marketing. Tracciare il numero di candidature ricevute, il tasso di accettazione delle offerte di lavoro e il tempo necessario per colmare una posizione. In caso si noti, che una tipologia di post sui social media genera un alto tasso di engagement, si possono sfruttare questi dati per decidere di creare più contenuti simili in futuro.

In conclusione: gli strumenti digitali hanno cambiato i processi di selezione del personale?

Grazie agli strumenti e metodologie digitali, i tradizionali processi di selezione si sono evoluti significativamente. Pubblicare offerte di lavoro sui social network ha ampliato il bacino di pubblico potenziale, sfruttando il passaparola virtuale degli utenti. Inoltre, i recruiter possono attivamente ricercare candidati direttamente sulle piattaforme digitali, rendendo il processo di selezione più proattivo e mirato.

In conclusione, il mondo è in continuo cambiamento ed evoluzione, e sta a noi rimanere al passo con tutte le novità per non farci trovare impreparati. Il recruiting marketing rappresenta una risposta strategica alle esigenze moderne di attrarre e trattenere i migliori talenti, integrando efficacemente le migliori pratiche del marketing nel processo di selezione del personale.

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Burnout e Risorse Umane: una sfida per il benessere dei dipendenti

Il burnout è una condizione debilitante che può colpire profondamente i dipendenti, lasciandoli sopraffatti, demotivati e spesso inutili nel contesto lavorativo. Le conseguenze di questo stato mentale sono gravi, influenzando non solo la salute psico-fisica dei lavoratori, ma anche la loro produttività e la cultura aziendale nel suo complesso.

Il Ruolo delle Risorse Umane nella Prevenzione del Burnout

Le Risorse Umane giocano un ruolo cruciale nella prevenzione del burnout attraverso una serie di pratiche strategiche:

  1. Selezione e Assunzione Mirate: La corrispondenza tra i candidati e le posizioni offerte può ridurre significativamente il rischio di burnout. Non si tratta solo di valutare le competenze tecniche, ma anche di considerare il tipo di personalità e la capacità di gestire il carico di lavoro. Un buon match può fare la differenza nella prevenzione del burnout.
  2. Crescita Professionale e Formazione: Promuovere corsi di formazione e sviluppo che aiutino i dipendenti a gestire lo stress e a migliorare le proprie abilità è fondamentale. Le opportunità di crescita professionale non solo aumentano le competenze, ma forniscono anche strumenti per affrontare le sfide lavorative in modo efficace.
  3. Promozione di un Clima Aziendale Positivo: Le Risorse Umane devono lavorare per creare un ambiente lavorativo positivo. Questo include la gestione delle relazioni interpersonali, la promozione del riconoscimento dei meriti e l’adozione di politiche di flessibilità. Un buon equilibrio tra vita lavorativa e privata è essenziale per il benessere dei dipendenti.
  4. Supporto e Consulenza Continua: Fornire supporto costante è vitale. Programmi di assistenza ai dipendenti, consulenza e sostegno psicologico sono strumenti chiave per affrontare il burnout quando si manifesta. Il supporto professionale può fare una grande differenza nel recupero e nella prevenzione.

Burnout dei lavoratori: alcuni dati

Negli ultimi anni, diverse ricerche hanno evidenziato la crescente preoccupazione per il burnout sul posto di lavoro. Ecco alcuni dati significativi:

  • Secondo un sondaggio del 2021 condotto da Gallup, il 76% dei dipendenti ha sperimentato burnout almeno una volta nel corso del proprio lavoro. Questo dato è aumentato rispetto al 67% del 2019, indicando una crescente incidenza del fenomeno.
  • Una ricerca del 2020 di Indeed ha rivelato che il 52% dei lavoratori si sente bruciato a causa del lavoro, con un aumento del 9% rispetto al periodo pre-pandemico. Lo studio ha anche evidenziato che il burnout è particolarmente diffuso tra i giovani lavoratori, con il 59% dei millennial e il 58% della Gen Z che riferiscono di sentirsi sopraffatti.
  • Un rapporto di Deloitte del 2022 ha sottolineato che l’84% dei dipendenti ritiene che la propria azienda non stia facendo abbastanza per prevenire o alleviare il burnout, evidenziando una necessità critica di intervento da parte delle organizzazioni.

Una responsabilità condivisa

La prevenzione del burnout non è solo una responsabilità del dipartimento delle Risorse Umane. Deve coinvolgere l’intera organizzazione. Le aziende devono promuovere una cultura che valorizzi il benessere dei dipendenti, offrendo risorse e supporto per affrontare lo stress lavorativo in modo sano ed efficace.

In definitiva

L’impegno collettivo per il benessere dei dipendenti è essenziale per creare un ambiente di lavoro sano, produttivo e sostenibile. Le aziende che riconoscono e affrontano il problema del burnout saranno meglio posizionate per attrarre e trattenere talenti, migliorare la produttività e costruire una cultura aziendale solida.

Combattere il burnout è una sfida che vale la pena affrontare per garantire il benessere e la soddisfazione dei dipendenti, rendendo l’ambiente lavorativo non solo produttivo, ma anche gratificante.

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Soft Skills: Il Vero Motore del Successo nel Mondo del Lavoro

Il valore aggiunto delle competenze trasversali

Nel panorama lavorativo attuale, l’importanza delle competenze trasversali sta diventando sempre più evidente. Sebbene le competenze tecniche siano ancora fondamentali, le aziende riconoscono che abilità come comunicazione, lavoro di squadra, problem solving e adattabilità sono cruciali per il successo a lungo termine.

Le soft skills rappresentano le capacità interpersonali e le qualità personali che permettono agli individui di interagire efficacemente e armoniosamente con gli altri. Queste competenze sono essenziali non solo per il funzionamento quotidiano all’interno di un team, ma anche per la crescita professionale e il raggiungimento degli obiettivi aziendali.

Ma quali sono quelle più considerate dalle aziende?

Comunicazione: Una comunicazione chiara e efficace facilita la comprensione reciproca e la collaborazione tra i membri del team. Le abilità comunicative includono l’ascolto attivo, l’empatia e la capacità di esprimere idee in modo conciso e persuasivo.

Lavoro di squadra: La capacità di collaborare, condividere responsabilità e supportare i colleghi è cruciale in quasi tutti i contesti lavorativi. Questo contribuisce a creare un ambiente di lavoro positivo e produttivo.

Problem solving: Le competenze di problem solving permettono di affrontare e risolvere le sfide in modo efficiente. Queste includono il pensiero critico, la creatività e la capacità di prendere decisioni informate, elementi indispensabili per l’innovazione e il miglioramento continuo.

Adattabilità: La capacità di gestire il cambiamento e di rispondere positivamente a nuove situazioni è fondamentale in un mondo del lavoro in continua evoluzione. L’abilità di adattarsi rapidamente alle nuove circostanze è essenziale per mantenere la competitività.

Cosa possono fare le aziende?

Le aziende che investono nello sviluppo delle soft skills dei propri dipendenti spesso vedono un miglioramento nella produttività, nella soddisfazione dei dipendenti e nella cultura aziendale. Formazione e coaching mirati possono aiutare i lavoratori a sviluppare queste competenze, rendendoli più versatili e meglio preparati per affrontare le sfide del futuro.

In conclusione

Mentre le competenze tecniche possono qualificare un candidato per un lavoro, sono le soft skills che spesso determinano il successo a lungo termine all’interno di un’organizzazione. Le aziende che riconoscono e coltivano queste abilità saranno ben posizionate per prosperare nel competitivo mercato del lavoro,

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Le principali sfide nella gestione delle risorse umane

Intervista a Nicoletta Fiorese – Founder dello Studio Fiorese

“Portatemi via la mia gente e lasciatemi le aziende vuote e presto l’erba crescerà sul pavimento dei reparti. Portatemi via le aziende e lasciatemi le persone con cui lavoro e presto avrò aziende migliori di prima”.  Andrew Carnegie.

Lo leggiamo ovunque e non c’è niente di più vero: le aziende le fanno le persone. Una buona gestione del personale è quindi condizione necessaria per il successo di ogni azienda.

La pandemia (e le successive trasformazioni) ha portato non poco scompenso nel mondo del lavoro, infatti da un lato abbiamo visto le aziende dover improvvisamente ridefinire tempi e spazi di lavoro, ruoli professionali, competenze e momenti di formazione, dall’altro i dipendenti che iniziavano ad avanzare richieste nuove. È spettato quindi ai team di Gestione risorse umane trovare nel tempo nuove armonie, ed è proprio di Gestione del personale che parleremo oggi con Nicoletta Fiorese, che si occupa da oltre trent’anni di consulenza del lavoro.

Quali sono le sfide che questo 2024 lancia a chi si occupa di Gestione del personale?

Credo che alle consuete sfide che da sempre si presentano negli ultimi anni se ne siano aggiunte un paio, nello specifico è diventato importante saper garantire al dipendente un equilibrio tra vita privata e vita lavorativa e iniziare a prendere confidenza con le nuove modalità di lavoro da remoto, anche se io preferisco parlare di lavoro ibrido perché è vero che le richieste dei dipendenti di avere la possibilità di lavorare da remoto si sono moltiplicate negli ultimi anni, ma credo con convinzione che il confronto tra colleghi e il lavoro in team sia fondamentale per portare a termine al meglio gli obiettivi che ci si è prefissati. Quindi si tratterà, come sempre, di trovare un bilanciamento tra il lavoro in presenza e lo smartworking e poi di cercare di mantenerlo. Cosa, questa, non da poco.

Bilanciamento che sempre di più si sta ricercando anche tra sfera lavorativa e sfera privata, dicevamo.

Ecco, in questo senso lo smartworking potrebbe essere una soluzione. I periodi di lockdown hanno risvegliato le coscienze e in molti si sono resi conto di voler dedicare più tempo alla propria vita extra lavorativa. Poter garantire un equilibrio di questo tipo ci può aiutare a non perdere i nostri dipendenti, oltre che ad attrarne di nuovi, che è forse la più grande sfida che affronta chi gestisce le risorse umane.

Attrarre e trattenere nuovi talenti, quindi, è determinante per la salute dell’impresa.

Sì, è essenziale riuscire a trovare la persona giusta per un certo ruolo, ma prima di questo occorre saper riconoscere il lavoratore di talento, e una volta riconosciuto “farlo durare e dargli spazio”, se vogliamo citare Calvino.

L’engagement dei dipendenti, quindi, può essere una strategia per una buona gestione del personale?

Ognuno di noi ha bisogno di appartenere. Se trasmettiamo ai nostri dipendenti un senso di appartenenza all’azienda magari coinvolgendoli in diverse attività, offrendo loro prospettive di crescita e di carriera, dando loro fiducia e valorizzandone l’impegno, ecco che difficilmente li perderemo. Per mia esperienza, poi, serve lanciare sempre uno sguardo attento anche alle relazioni che questi intrecciano tra loro.

E in che modo prendersi cura delle relazioni intra dipendenti può fare la differenza?

Ci dà modo di saper intervenire tempestivamente nella risoluzione di eventuali controversie quando lo riteniamo necessario, prima che i rapporti degenerino e che questo ricada poi sull’equilibro dell’impresa.

Pensa che con l’avanzare dell’AI ci si potrà, in futuro, dimenticare di questa centralità delle persone e delle relazioni all’interno delle imprese?

Al contrario, credo che più la tecnologia avanza, più la persona sia una risorsa fondamentale in ogni attività. Se proviamo ad allargare per un attimo la prospettiva, infatti, ci accorgiamo che senza persone non solo non c’è l’impresa: senza persone non c’è niente.

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Strategie di Employer Branding per l’area Risorse Umane: come attrarre e mantenere i migliori talenti

Come abbiamo visto nell’articolo precedente, l’Employer Branding è una strategia fondamentale per la creazione e promozione di un’immagine positiva dell’azienda come datore di lavoro.

Il dipartimento delle Risorse Umane svolge un ruolo centrale in questo, in quanto mira a comunicare la cultura, i valori, le opportunità di sviluppo e i vantaggi che l’azienda offre ai dipendenti attuali e potenziali.

Un Employer Branding forte contribuisce all’attrazione di talenti di alta qualità e al mantenimento di una forza lavoro impegnata.

Qual è la strategia più efficace?

Per un Employer Branding di successo è necessario:

  1. Articolare una cultura aziendale coinvolgente: il dipartimento HR deve lavorare a stretto contatto con la direzione aziendale per definire e comunicare una cultura aziendale coinvolgente, che dovrebbe poi riflettersi anche nei processi di reclutamento, sviluppo dei dipendenti e valutazione delle performance;
  2. Coinvolgere i dipendenti: il coinvolgimento dei dipendenti è fondamentale per costruire un Employer Branding autentico; il dipartimento HR dovrebbe raccogliere feedback e storie di successo dai dipendenti e utilizzarli per creare una narrazione positiva;
  3. Comunicazione chiara: il team delle Risorse Umane dovrebbe creare una comunicazione chiara e trasparente sugli aspetti positivi della cultura aziendale, i vantaggi e le opportunità di crescita. Questo può essere fatto attraverso il sito web dell’azienda, i social media, i blog aziendali e le piattaforme di recruiting;
  4. Sviluppo di programmi di sviluppo: Il dipartimento HR dovrebbe promuovere programmi di sviluppo professionale che dimostrino l’investimento dell’azienda nei dipendenti. Questi programmi possono includere opportunità di formazione, mentoring e piani di crescita professionale;
  5. Monitoraggio e adattamento continuo: l’Employer Branding è un processo in continua evoluzione. Il dipartimento HR dovrebbe monitorare costantemente il feedback dei dipendenti, le metriche di reclutamento e la reputazione online dell’azienda per apportare miglioramenti e adattamenti.

L’Employer Branding come elemento di successo dell’azienda

In conclusione, l’Employer Branding è un elemento cruciale nel successo dell’azienda nel suo complesso. Una reputazione positiva del datore di lavoro può aiutare a catturare i talenti migliori, migliorare la soddisfazione dei dipendenti e promuovere una cultura aziendale positiva.

Articolo GG - eb

Come l’Employer Branding può aiutarti nella ricerca del candidato ideale

Nell’ambiente aziendale altamente competitivo di oggi, le organizzazioni stanno capendo che non solo devono cercare talenti di alto livello, ma anche convincerli a rimanere. L’Employer Branding è una disciplina chiave nell’HR e si concentra sulla creazione e promozione di un’immagine positiva e attraente dell’azienda come datore di lavoro.

L’Employer Branding si può suddividere in:

  • Employer Branding esterno
  • Employer Branding interno

Cosa si intende per Employer Branding esterno?

Per Employer Branding esterno si intende il creare e mantenere una reputazione aziendale, una brand identity, credibile per il pubblico, utilizzando i canali social per trasmettere i propri valori e la propria filosofia.

Adesso, infatti, i potenziali candidati prima di inviare la propria candidatura cercano informazioni sull’azienda guardando i canali social.

La cura dell’immagine aziendale, tuttavia, è solo una parte di ciò che deve fare l’impresa per potersi garantire le candidature dei potenziali collaboratori. I possibili candidati guardano come l’azienda si presenta all’esterno, ma ciò su cui pongono maggior attenzione sono le recensioni sia dei clienti dell’azienda ma soprattutto quelle dei dipendenti.

Perché è importante l’Employer Branding interno?

Per Employer Branding interno si intende fidelizzare e coltivare i talenti già presenti in azienda, creando un ambiente di lavoro appagante per i collaboratori. Questo rappresenta un valore aggiunto che avrà un effetto positivo sia sulle loro performance che sui loro risultati.

Quali sono i vantaggi dell’Employer Branding?

  • Attrazione dei talenti: attira talenti di alto livello. I candidati preferiranno lavorare per un’azienda con una reputazione positiva come datore di lavoro;
  • Riduzione del turnover dei dipendenti: gli impiegati sono più propensi a rimanere in un’organizzazione che rispecchia i loro valori e soddisfa le loro esigenze;
  • Vantaggio competitivo: le aziende con una buona reputazione come datore di lavoro hanno meno difficoltà a reclutare talenti di qualità;
  • Aumento dell’impegno dei dipendenti: gli impiegati che si identificano con i valori e la cultura aziendale sono più impegnati e motivati, ciò ne migliora la produttività e la soddisfazione;
  • Crescita organizzativa: può attrarre investitori e partner commerciali, contribuendo alla crescita aziendale.

Nel prossimo articolo vedremo quali sono gli elementi di una strategia di Employer Branding vincente!

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Azienda pet-friendly: un approccio innovativo per attrarre e fidelizzare i talenti

Negli ultimi anni sempre più aziende stanno adottando politiche “pet-friendly” per accogliere gli animali domestici dei dipendenti nei luoghi di lavoro.

Questa tendenza è nata dalla consapevolezza dell’impatto positivo che la presenza degli animali può dare al benessere del personale e alla cultura aziendale.

L’ambiente di lavoro di molte aziende è spesso caratterizzato da livelli di stress elevati, che possono influenzare negativamente la produttività e il benessere dei dipendenti.

Quali sono i benefici di portare il proprio animale domestico a lavoro?

La presenza di animali domestici può contribuire a creare un ambiente più disteso e meno stressante. Diversi studi hanno dimostrato che interagire con gli animali può ridurre i livelli di stress e ansia, migliorando così il benessere generale del personale.

Inoltre, un ambiente di lavoro pet-friendly può migliorare l’umore dei dipendenti e l’atmosfera aziendale.

La possibilità di portare il proprio animale domestico al lavoro crea un senso di comunità tra i colleghi, favorisce la condivisione di momenti felici e può aumentare il senso di appartenenza all’azienda; questo, a sua volta, può tradursi in una maggiore soddisfazione lavorativa e in una diminuzione del turnover.

È da tenere presente che le aziende che adottano politiche pet-friendly possono trarre vantaggio anche nella “lotta” per il talento, in quanto molte persone considerano la possibilità di portare i propri animali domestici al lavoro come un vantaggio significativo.

Quali sono, invece, i lati negativi?

Va notato, però, che l’adozione di politiche pet-friendly richiede una pianificazione e un’organizzazione adeguata per gestire le eventuali sfide, che possono includere allergie dei colleghi, norme di igiene, regole di comportamento degli animali, e così via.

È fondamentale che le aziende mettano in atto linee guida chiare e promuovano la responsabilità dei proprietari di animali domestici per garantire un ambiente di lavoro armonioso.

È preferibile adottare o meno un approccio pet-friendly?

Riassumendo, adottare una politica pet-friendly può essere un passo innovativo nell’ambito delle Risorse Umane. Difatti questo approccio può migliorare il benessere del personale, favorire un ambiente di lavoro più piacevole e contribuire all’attrazione e alla fidelizzazione dei talenti.

Le aziende che abbracciano questa tendenza dimostrano una sensibilità verso le esigenze dei propri dipendenti e si pongono in una posizione privilegiata per competere nel mondo del lavoro moderno.

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Il Whistleblowing e il Decreto Legislativo 24/2023

Il 30 marzo 2023 è entrato in vigore il D.Lgs. 24/2023, che fa riferimento alla Direttiva (UE) 2019/1937, chiamata anche “Direttiva Whistleblowing”.

Con il termine whistleblowing si intende l’atto di segnalare comportamenti, atti od omissioni che ledono l’interesse pubblico o l’integrità dell’amministrazione pubblica o dell’ente privato di cui si è venuti a conoscenza per il proprio lavoro.

Questo decreto non rappresenta un primo approccio a questa tematica, in quanto la legge n. 1902 del 6 novembre 2012 aveva già introdotto, in relazione alla sola pubblica amministrazione, una prima disciplina sulla protezione del dipendente pubblico che segnali comportamenti illeciti durante l’attività lavorativa.

Una regolamentazione più compiuta del whistleblowing è sopraggiunta poi con la legge n. 1793 del 30 novembre 2017, che ha integrato la normativa concernente la tutela dei lavoratori del settore pubblico che segnalino comportamenti illeciti e ha introdotto forme di tutela anche per i lavoratori del settore privato.

Quali sono le novità che sono state apportate dal D.Lgs. 24/2023?

Le novità introdotte sono:

  • Raccogliere in un unico testo normativo l’intera disciplina, dapprima suddivisa in diverse leggi, dei canali di segnalazione e delle tutele riconosciute ai segnalanti (c.d. whistleblowers) sia del settore pubblico che privato;
  • Fornire maggiore tutela al whistleblower e ai suoi familiari, questo per cercare di incentivare le segnalazioni di illeciti nei limiti e con le modalità indicate nel decreto;
  • Allargare la platea degli enti organizzativi che avranno l’obbligo di applicare tale decreto, ovvero l’obbligo di adottare canali di segnalazione sicuri volti alla tutela della riservatezza dei whistleblowers pena l’applicazione di sanzioni;
  • Predisporre nuovi canali di segnalazione, oltre a quelli interni già esistenti;
  • Estendere il perimetro degli illeciti potenzialmente oggetto di segnalazione.

Quali sono gli enti coinvolti dal D.Lgs. 24/2023?

I soggetti che dovranno attuare il decreto sono sia enti pubblici che aziende / organizzazioni private.

In particolare, i soggetti del settore privato sono:

  • Enti che hanno impiegato, nell’ultimo anno, la media di almeno 50 lavoratori subordinati con contratti di lavoro a tempo indeterminato o determinato;
  • Enti che non hanno raggiunto la soglia dei 50 lavoratori subordinati, ma rientrano tra quelli obbligati al rispetto della normativa in materia di servizi, prodotti e mercati finanziari e prevenzione del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo, tutela dell’ambiente e sicurezza dei trasporti;
  • Enti che rientrano nell’ambito di applicazione del d.lgs. 231/2001 e adottano modelli di organizzazione e gestione ivi previsti (anche se non hanno raggiunto la soglia dei 50 lavoratori subordinati).

Quali sono le scadenze per l’attuazione del D.lgs. 24/2023?

Il decreto deve essere attuato entro:

  • Il 15 luglio 2023 per enti/aziende che hanno un numero di dipendenti pari o superiore ai 250;
  • Il 17 dicembre 2023 per enti/aziende che hanno un numero di dipendenti che va dai 50 ai 249.

Di quali tutele gode chi compie la segnalazione?

Il whistleblower è la persona che segnala, ovvero denuncia all’Autorità giudiziaria o contabile, violazioni di disposizioni normative nazionali o dell’Unione europea che ledono l’interesse pubblico o l’integrità dell’amministrazione pubblica o dell’ente privato, di cui è venuta a conoscenza in un contesto lavorativo pubblico o privato.

Le tutele che vengono fornite a questi soggetti sono:

  • Tutela di riservatezza: l’identità del segnalante non può essere rivelata a persone diverse da quelle competenti a ricevere o a dare seguito alle segnalazioni;
  • Protezione dalle ritorsioni: è vietata ogni forma di ritorsione anche solo tentata o minacciata;
  • Limitazioni della responsabilità: non è punibile chi riveli o diffonda informazioni delle violazioni coperte da obbligo di segreto, relative alla tutela del diritto d’autore etc., purché al momento della segnalazione vi fossero fondati motivi per ritenere che la rivelazione o diffusione delle stesse informazioni fosse necessaria per svelare la violazione;
  • Misure di sostegno: consistono in informazioni, assistenza e consulenze a titolo gratuito sulle modalità di segnalazione e sulla protezione dalle ritorsioni offerta dalle disposizioni normative nazionali e da quelle dell’Unione Europea, sui diritti della persona coinvolta, nonché sulle modalità e condizioni di accesso al patrocinio a spese dello Stato.

Queste forme di tutela, oltre che al whistleblower, vengono garantite anche ai suoi familiari, colleghi e facilitatori; quest’ultimo è colui che assiste il segnalante durante il processo di segnalazione.

In che modo il whistleblower può fare una segnalazione?

Con il nuovo decreto un soggetto può fare una segnalazione utilizzando uno dei seguenti canali:

  1. Canale di divulgazione interno;
  2. Canale di divulgazione esterno;
  3. Divulgazione pubblica.

Per quanto riguarda il canale interno, questo deve essere progettato con misure di sicurezza tali da garantire, ove necessario anche tramite strumenti di crittografia, la riservatezza dell’identità del segnalante, delle persone coinvolte e comunque menzionate nella segnalazione, nonché del contenuto della stessa e della relativa documentazione.

La gestione del canale interno deve essere affidata a una persona o a un ufficio interno autonomo dedicato e con personale formato a riguardo oppure ad un soggetto esterno, anch’esso autonomo e con personale specificamente formato.

Il canale esterno rappresenta una delle novità del D.Lgs. 24/2023 che lascia all’autonoma e discrezionale valutazione del segnalante la decisione di attivare tale percorso al verificarsi di alcune specifiche condizioni.

L’Anac è il soggetto che ha l’onere di attivare la piattaforma informatica che consentirà il corretto funzionamento di tale percorso di segnalazione da parte del whistleblower e dovrà offrire le medesime garanzie di riservatezza già indicate per il canale di segnalazione interna.

In merito alla divulgazione pubblica, questa viene disciplinata dall’art. 15 del D.Lgs. 24/23 e come per le segnalazioni esterne vengono definite le condizioni al verificarsi delle quali il segnalante può utilizzare tale modalità; inoltre, il soggetto beneficerà delle medesime misure di protezione accordate dal decreto per l’utilizzo del canale interno/esterno.

Quali sono le sanzioni applicabili?

L’ANAC applica al responsabile le seguenti sanzioni pecuniarie:

  1. Da 10.000 a 50.000 euro quando accerta che sono state commesse ritorsioni o quando accerta che la segnalazione è stata ostacolata o che si è tentato di ostacolarla o che è stato violato l’obbligo di riservatezza;
  2. Da 10.000 a 50.000 euro quando accerta che non sono stati istituiti canali di segnalazione, che non sono state adottate procedure per l’effettuazione e la gestione delle segnalazioni, ovvero che l’adozione di tali procedure non è conforme alla normativa, nonché quando accerta che non è stata svolta l’attività di verifica e analisi delle segnalazioni ricevute;
  3. Da 500 a 2.500 euro quando accerta che è stato violato l’obbligo di riservatezza circa l’identità del segnalante.

Perché è importante questo Decreto?

Per concludere, il Decreto Legislativo 24/2023 segna un notevole progresso nella promozione della cultura del whistleblowing in Italia.

Ha introdotto diverse novità alle normative precedenti, offrendo un maggiore sostegno e protezione ai segnalanti, sia nel settore pubblico che in quello privato. La garanzia della riservatezza dell’identità del segnalante, la protezione dalle ritorsioni e la limitazione della responsabilità nel caso di divulgazione pubblica sono aspetti fondamentali che incoraggiano la segnalazione di comportamenti illeciti dannosi per l’interesse pubblico.

L’obiettivo principale della Direttiva Whistleblowing è di promuovere un ambiente lavorativo più sano e trasparente, compiendo un passo importante verso una società più equa, etica e responsabile.

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L’importanza delle Risorse Umane per la crescita aziendale

Le Risorse Umane ricoprono un ruolo fondamentale in azienda. Investire in una solida struttura HR rappresenta un passo fondamentale per il successo e la crescita di ogni azienda.

Gran parte degli imprenditori, in particolare proprietari di PMI, per far crescere il proprio business tendono a focalizzarsi soltanto sui loro prodotti / servizi e clienti, dimenticando che la scelta e la gestione del personale può fare la differenza.

Un programma HR ben definito è essenziale per la crescita aziendale, poiché consente di individuare il personale più idoneo e motivare i dipendenti, contribuendo così a costruire un team solido e coeso.

Su cosa devono riflettere le aziende?

Ci sono tre principi fondamentali che devono essere considerati dagli imprenditori:

1. Le persone sono l’asset più importante che l’azienda possiede

Senza persone non c’è business.

I dipendenti sono il motore del successo dell’azienda, poiché conoscono ogni dettaglio dei prodotti e dei servizi offerti, oltre a gestire le relazioni con i clienti e i fornitori.

Tutto inizia con un solido programma HR che rende efficace la ricerca, la selezione e l’assunzione di candidati qualificati, tenendo in considerazione gli obiettivi e i valori aziendali.

2. La cultura aziendale ha un ruolo chiave

Una cultura aziendale che pone le persone al centro in ogni aspetto, dalla loro attrazione, inserimento, formazione, fino alla possibilità di fare carriera, crea un ambiente in cui i dipendenti vorranno rimanere e crescere insieme al business.

Quando un’azienda si prende cura dei propri dipendenti avrà un ritorno positivo non solo in termini di performance e risultati, ma ne migliorerà anche la reputazione aziendale.

Per poter fare ciò è necessario avere programma HR ben strutturato, attraverso il quale definire le strategie che l’impresa intende adottare per creare un ambiente di lavoro gratificante per i lavoratori; ad esempio attraverso l’implementazione di premi, opportunità di formazione e di crescita professionale.

3. L’HR è dinamico

L’HR è un settore dinamico e in continua evoluzione, poiché deve adattarsi costantemente ai numerosi e mutevoli bisogni dei dipendenti e dell’azienda stessa.

La direzione aziendale deve quindi lavorare insieme al team HR, interno o esterno, in modo da sviluppare una strategia che si basi sulle esigenze aziendali e sulla crescita futura mettendo sempre al primo posto le persone.

In conclusione

Le persone sono il fulcro dell’azienda, per questo è fondamentale creare una cultura aziendale che metta al centro il benessere dei dipendenti.

Collaborando attivamente con il team HR, l’azienda sarà in grado di costruire un gruppo di lavoro solido e motivato, migliorando sia le prestazioni che la reputazione aziendale.

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Fare selezione: può sembrare banale ma non lo è

Quando si pensa alla parola “selezione” si immagina questo scenario: un’azienda che ha bisogno di personale pubblica sul proprio sito internet un annuncio, riceve quindi i curricula da vari candidati e dopo alcuni colloqui assume una persona. Niente di più, niente di meno. Giusto? Diciamo che è un buon inizio per sapere in generale cosa fa un Recruiter. Queste elencate sono le attività che tutti conosciamo di questa figura professionale, però “fare selezionesignifica tanto altro.

In cosa consiste davvero il processo di selezione del personale?

Quando un’azienda attiva una ricerca del personale, in realtà, l’esigenza che si presenta è ben stratificata, così come lo sono le modalità per individuare la figura ideale.

1- Per prima cosa il responsabile della selezione redige una job description, dove sono racchiuse le caratteristiche richieste e le responsabilità che dovrebbe ricoprire la nuova risorsa. Solo quando si ha un quadro completo di chi cercare, si inizierà ad attuare una serie di strategie per entrare in contatto con i cv più in linea rispetto alla posizione.

2- Viene poi pubblicato l’annuncio di lavoro sul sito aziendale e sui diversi canali a disposizione e, contemporaneamente, si procede con quella che viene definita “ricerca attiva”. Non ci si limiterà a contattare soltanto i candidati che si sono proposti in modo spontaneo, ma anche quelli che possono essere dei candidati interessanti per la nostra offerta.
Per fare questo, ad oggi, abbiamo diversi strumenti a disposizione: oltre al classico passaparola, un po’ vintage ma sempre efficace, abbiamo strumenti 2.0 sui quali si possono pubblicare gli annunci come LinkedIn e Infojobs, che consentono di trovare la figura professionale più in linea con le richieste dell’azienda.

3- Successivamente avviene lo screening dei cv, una delle attività più importanti e più delicate perché i profili sono tanti e tutti diversi tra loro, ognuno con la propria storia.

4- Il primo contatto con il candidato può avvenire in diversi modi: con una telefonata o con un’e-mail. Se il feedback di questo contatto è positivo, si passerà ad un primo colloquio conoscitivo, in presenza oppure online.

5- Infine il colloquio, che rappresenta la parte centrale e più critica dell’intero processo di recruiting. Per questo possono essere necessari vari step, come il colloquio con l’HR Specialist, il colloquio tecnico con il futuro responsabile della risorsa o, se l’azienda è più strutturata, possono esserci anche ulteriori passaggi. Il colloquio, a mio avviso, ha bisogno di 3 ingredienti fondamentali: cura, sincerità e passione perché insieme fanno in modo che il candidato percepisca l’amore per ciò che si sta facendo.

Cosa deve fare un Recruiter dopo il colloquio?

Dopo il colloquio, un passaggio che viene spesso messo in secondo piano dal Recruiter è quello di dare un feedback al candidato.

Personalmente ho imparato a farlo, ma non è così scontato come si crede, perché ho scoperto la bellezza di ricevere “un grazie” nonostante si stiano comunicando notizie non molto piacevoli (parlo dell’importanza del feedback nell’articolo precedente, qui il link all’articolo).

Il ruolo del Recruiter non finisce con l’assunzione della persona in azienda, ma prosegue, quando è possibile, con la sua “cura”, ovvero facendo sentire la propria vicinanza al dipendente e rafforzando così il rapporto.

Concludendo, al contrario di quello che si pensa, fare selezione non è un lavoro banale. Dietro c’è una vera e propria ricerca per trovare la persona più adatta da inserire all’interno di un team e di una realtà aziendale, che collabori all’interno di un ecosistema già esistente.