Le società Zushi Italia s.p.a., Roppongi s.r.l. e 10 HP s.r.l., appartenenti al “Gruppo Zushi”, noto marchio di ristoranti giapponesi operanti nel mercato italiano, entrato in crisi a causa degli effetti del COVID-19, hanno presentato a fine febbraio 2023 un’unica istanza di nomina di un professionista indipendente, incaricato di agevolare le trattative con i creditori, al fine di superare la situazione di squilibrio patrimoniale, finanziario e reddituale.
La designazione di tale Esperto, ad opera della Commissione Regionale del Veneto, è ricaduta (marzo 2023) sul Dott. Michele Bana, commercialista, revisore legale dei conti e socio di BFAecosistema, che ha svolto – coadiuvato da due colleghi di Studio, Dott. Francesco Bifolco e Dott.ssa Luana Fogal – alcune attività preliminari di verifica, funzionali a:
accertamento delle concrete prospettive di risanamento “in continuità indiretta” (cessione di tutti i rami aziendali affittati e salvaguardia di larga parte dei posti di lavoro);
convenienza della proposta da formulare ai creditori, anche rispetto all’alternativa della liquidazione giudiziale.
Sottoscrizione dell’accordo stragiudiziale
L’esito di tali riscontri è stato positivo, consentendo di avviare le trattative con il creditore finanziario del Gruppo e il garante dei finanziamenti a medio-lungo termine erogati dallo stesso (Mediocredito Centrale), i quali hanno accettato la proposta, rispettivamente a fine giugno e settembre 2023, ritenendola conveniente, anche alla luce del parere espressamente richiesto al Dott. Bana.
Alla luce di tale adesione, unitamente alla rinuncia di altri creditori, le società del Gruppo Zushi, il creditore finanziario e l’Esperto hanno sottoscritto, in data 24 novembre 2023, unaccordo stragiudiziale, che prevede:
il pagamento integrale dei fornitori – ad eccezione di quelli che hanno espressamente rinunciato alla loro pretesa – e degli enti fiscali e previdenziali;
la soddisfazione parziale dei finanziamenti a medio-lungo termine (e quello totale degli affidamenti in conto corrente) e la contestuale rinuncia di MCC all’azione di surroga nel caso di escussione della garanzia da parte del credito finanziario, sul presupposto della convenienza dell’intesa rispetto a quanto ragionevolmente ritraibile dalla liquidazione giudiziale.
Tale accordo è stato, poi, completamente eseguito nel giro di alcune settimane, a seguito della cessione di tutti i rami aziendali affittati (6 dicembre 2023), che ha consentito di ricavare la provvista necessaria ad effettuare i pagamenti previsti dal suddetto accordo stragiudiziale.
Il team di BFAecosistema, società multidisciplinare di consulenza aziendale, è specializzato anche nell’accertamento della veridicità dei dati aziendali, nella verifica delle concrete prospettive di risanamento e nella conduzione delle trattative con i creditori, finalizzate contestualmente alla migliore soddisfazione degli stessi e alla salvaguardia della continuità aziendale e dei posti di lavoro.
Le Risorse Umane ricoprono un ruolo fondamentale in azienda. Investire in una solida struttura HR rappresenta un passo fondamentale per il successo e la crescita di ogni azienda.
Gran parte degli imprenditori, in particolare proprietari di PMI, per far crescere il proprio business tendono a focalizzarsi soltanto sui loro prodotti / servizi e clienti, dimenticando che la scelta e la gestione del personale può fare la differenza.
Un programma HR ben definito è essenziale per la crescita aziendale, poiché consente di individuare il personale più idoneo e motivare i dipendenti, contribuendo così a costruire un team solido e coeso.
Su cosa devono riflettere le aziende?
Ci sono tre principi fondamentali che devono essere considerati dagli imprenditori:
1. Le persone sono l’asset più importante che l’azienda possiede
Senza persone non c’è business.
I dipendenti sono il motore del successodell’azienda, poiché conoscono ogni dettaglio dei prodotti e dei servizi offerti, oltre a gestire le relazioni con i clienti e i fornitori.
Tutto inizia con un solido programma HR che rende efficace la ricerca, la selezione e l’assunzione di candidati qualificati, tenendo in considerazione gli obiettivi e i valori aziendali.
2. La cultura aziendale ha un ruolo chiave
Una cultura aziendale che pone le persone al centro in ogni aspetto, dalla loro attrazione, inserimento, formazione, fino alla possibilità di fare carriera, crea un ambiente in cui i dipendenti vorranno rimanere e crescere insieme al business.
Quando un’azienda si prende cura dei propri dipendenti avrà un ritorno positivo non solo in termini di performance e risultati, ma ne migliorerà anche la reputazione aziendale.
Per poter fare ciò è necessario avere programma HR ben strutturato, attraverso il quale definire le strategie che l’impresa intende adottare per creare un ambiente di lavoro gratificante per i lavoratori; ad esempio attraverso l’implementazione di premi, opportunità di formazione e di crescita professionale.
3. L’HR è dinamico
L’HR è un settore dinamico e in continua evoluzione, poiché deve adattarsi costantemente ai numerosi e mutevoli bisogni dei dipendenti e dell’azienda stessa.
La direzione aziendale deve quindi lavorare insieme al team HR, interno o esterno, in modo da sviluppare una strategia che si basi sulle esigenze aziendali e sulla crescita futura mettendo sempre al primo posto le persone.
In conclusione
Le persone sono il fulcro dell’azienda, per questo è fondamentale creare una cultura aziendale che metta al centro il benessere dei dipendenti.
Collaborando attivamente con il team HR, l’azienda sarà in grado di costruire un gruppo di lavoro solido e motivato, migliorando sia le prestazioni che la reputazione aziendale.
Il Project Management è una disciplina fondamentale per il successo delle aziende, poiché consente di pianificare, eseguire e monitorare in modo efficace le attività necessarie per raggiungere gli obiettivi prefissati.
Quali sono le principali metodologie di Project Management?
Esistono diverse metodologie di Project Management, ognuna con le proprie caratteristiche e approccio. In questo articolo, esploreremo alcune delle principali metodologie utilizzate nella gestione dei progetti aziendali. Ad oggi, esperienza alla mano, i più utilizzati sono le metodologie Waterfall e Agile.
Metodologia Waterfall (Cascata)
La metodologia Waterfall è uno dei primi approcci strutturati al Project Management.
Il processo è suddiviso in fasi sequenziali e lineari, ciascuna delle quali dipende dal risultato della fase precedente. Le fasi principali sono: analisi, progettazione, implementazione, test e manutenzione.
È una metodologia ben definita e particolarmente adatta a progetti con requisiti chiari e stabili.
Metodologia Agile
L’approccio Agile è flessibile e adattabile ai cambiamenti, focalizzandosi sulla consegna rapida e iterativa di prodotti o servizi.
Gli obiettivi vengono suddivisi in piccole attività chiamate iterazioni, spesso della durata di due o quattro settimane.
Alcune delle metodologie più popolari all’interno dell’Agile sono Scrum e Kanban. Il primo prevede iterazioni chiamate sprint, mentre il secondo si basa sulla visualizzazione delle attività e sul controllo del flusso di lavoro. Oltre a queste ce ne sono molte altre, come Lean, Service Design, Design Thinking.
Tuttavia è importante notare che queste metodologie spesso vengono adattate a settori e a contesti aziendali molto specifici, a differenza di Waterfall e Agile che vengono maggiormente utilizzate in versione pura o ibrida.
Al momento, l’approccio Agile è più diffuso e ampiamente adottato rispetto alla metodologia Waterfall. La principale ragione di questa crescente popolarità è la sua capacità di adattarsi rapidamente ai cambiamenti e alle esigenze del cliente. La metodologia Agile promuove la collaborazione, la flessibilità e la consegna iterativa, consentendo alle organizzazioni di rispondere prontamente ai feedback dei clienti e di adattare i prodotti o i servizi in corso d’opera.
È fondamentale sottolineare che la scelta tra Waterfall e Agile dipende dalle specifiche esigenze e dalle caratteristiche del progetto. Progetti con requisiti ben definiti e stabili, in cui è possibile pianificare con precisione le fasi del progetto, potrebbero ancora beneficiare dell’approccio Waterfall. Ad esempio, progetti di ingegneria o di costruzione, spesso richiedono una pianificazione dettagliata e una struttura ben definita, rendendo Waterfall la soluzione più adatta.
Contattaci all’indirizzo info@laboratoriosoluzioni.it per avere maggiori informazioni in merito al Project Management e alla modalità Agile.
Il project management è un elemento cruciale per il successo di qualsiasi progetto. Le metodologie di project management forniscono un quadro strutturato per la pianificazione, l’esecuzione e il controllo delle attività, consentendo ai team di lavorare in modo efficiente e di raggiungere gli obiettivi stabiliti.
Project Management: quali sono i vantaggi?
Secondo uno studio del Project Management Institute (PMI):
l’89% delle organizzazioni adotta una forma di metodologia di project management per guidare i loro progetti;
il 71% delle organizzazioni affermano di utilizzarla o di averla adottata in modo significativo;
il 49% delle organizzazioni utilizza ancora la metodologia waterfall, soprattutto in settori come l’ingegneria e la costruzione.
Sempre secondo il PMI, le organizzazioni che utilizzano le metodologie di project management riportano una maggiore probabilità di raggiungere i propri obiettivi di progetto, rispetto a quelle che non le utilizzano.
Le metodologie di project management sono correlate a una maggiore efficienza e a una migliore gestione del tempo. Uno studio di PwC, una delle Big Four della consulenza a livello mondiale, ha rilevato che il 75% dei progetti, realizzati secondo metodologie di project management, ha rispettato i tempi previsti, rispetto al 56% dei progetti senza tali metodologie.
Inoltre, – e non è di poco conto – i progetti completati utilizzando una metodologia di project management hanno una probabilità del 17% in più di superare le aspettative di profitto, rispetto ai progetti non gestiti in modo strutturato.
Un ultimo parametro di misurazione può essere l’indice ROI (Return On Investment) del progetto: l’impiego delle metodologie di project management è, infatti, correlato a un maggiore ritorno sull’investimento. In particolare, sempre secondo il PMI, ogni dollaro investito in project management genera un valore aggiunto di 6,8 dollari.
Ma quali sono le metodologie di Project Management da poter utilizzare?
In letteratura, esistono molteplici tipologie di metodologie di project management, quali ad esempio Waterfall, Agile, SCRUM, SAFe e Kanban, solo per citarne alcune.
Di conseguenza, la scelta della metodologia da adottare diventa rilevante per il successo del progetto. Tale scelta dipende:
dalle caratteristiche del progetto;
dalle esigenze del team;
dalle preferenze dell’organizzazione.
In effetti, alcune metodologie si adattano meglio a progetti con requisiti ben definiti, mentre altre si concentrano sulla flessibilità e sulla capacità di adattamento ai cambiamenti. La comprensione delle diverse metodologie e la capacità di adattarle alle proprie esigenze può fare la differenza tra un progetto di successo e uno che fallisce.
In altri termini, investire tempo nella scelta e nell’implementazione della metodologia di project management giusta può portare a risultati positivi e allo sviluppo di competenze nel team, favorendo quindi lo sviluppo dei progetti, dell’azienda e delle persone che la compongono.
Sempre di più il termine Digital Transformation è entrato nel vocabolario quotidiano delle aziende. Se ne parla a tutti i livelli: ne parla l’imprenditore, ne parlano i manager e ne parlano le persone che gestiscono le attività quotidiane dell’ufficio.
È probabilmente uno dei “trend topic” del momento ed è difficile trovare un’azienda che non stia sperimentando progettualità di trasformazione digitale. Il tema e la sua rilevanza sono stati ribaditi una volta in più durante lo scorso G20 in Indonesia di fine 2022.
Una delle definizioni che, secondo me, ne restituisce una fotografia realistica può essere la seguente:
“un insieme di cambiamenti abilitati dalle nuove tecnologie, in termini: operativi, gestionali, organizzativi, manageriali e di cultura interna.”
Io ritengo che la Digital Transformation debba essere un’occasione per ripensare e semplificare il modo di lavorare in azienda, facendo leva sulle nuove tecnologie.
Non deve essere una copia digitale delle attuali modalità di lavoro o un mero upgrade tecnologico. Il tutto tenendo sempre bene in considerazione il problema da risolvere e/o il vantaggio che si vuole conseguire.
Quali aspetti prendere in considerazione?
Nell’equazione della Digital Transformation quindi si possono tenere in considerazione tre elementi:
Tecnologia quale fattore abilitante di nuovi modi di lavorare;
Valore e/o vantaggio creato dall’usare nuovi strumenti di lavoro;
Livello di adozione della tecnologia da parte delle persone nella quotidianità e conseguente sviluppo di nuove competenze in azienda.
Per questo motivo credo che le Funzioni HR debbano sempre di più partecipare attivamente ai progetti di trasformazione digitale, mettendo in campo tutti i loro strumenti di supporto e affiancamento alle persone affinché ogni progetto digitale possa divenire un caso di successo.
Alcuni esempi possono essere:
formazione e upskilling di team e persone;
analisi e riprogettazione di ruoli e responsabilità all’interno dell’organizzazione;
ottimizzazione dei processi interni, eliminando le attività a basso valore aggiunto;
attivazione di percorsi di adozione e change management;
comunicazione interna ed ingaggio delle persone;
e non solo!
Da dove partire, quindi?
Le esperienze progettuali degli ultimi anni mi portano a suggerire di applicare una metodologia specificadi gestione dei progetti di trasformazione digitale, basata su:
Creare un team di progetto, già dalle prime battute, che sia multidisciplinare tra IT, Business e HR;
Operare uno scouting delle tecnologie di mercato per le specifiche esigenze e/o obiettivi e raccogliere informazioni su best practises ed opportunità create dall’adozione della nuova tecnologia;
Gestire il progetto di trasformazione digitale in modo integrato, mettendo al centro le persone per un’efficace adozione della tecnologia.
Il successo risiede nell’armonizzare queste 3 componenti affidando un mandato chiaro ai manager dell’azienda.
Questo palco nella foto rappresenta per me un piccolo grande traguardo, un modo del tutto nuovo di approcciare alla sicurezza anche con l’occhio rivolto allo stare bene.
Riavvolgo il nastro e vado con ordine: Aprile duemilaventidue, dopo varie giornate di formazione, lezioni di anatomia, prove pratiche ed esami finali mi abilito come istruttore di allenamento funzionale (tradotto: è un allenamento cardio basato sulla ripetizione a circuito di vari esercizi che coinvolgono tutti i distretti muscolari, ma soprattutto se svolto in gruppo e con la musica a palla è davvero divertente).
La premessa è questa, lo pratico già da qualche anno e ultimamente mi si era accesa una lampadina: perché non provare a portare alla ribalta il tema del benessere dei lavoratori proponendo alle aziende di organizzare piccole sessioni di “palestra”, permettendo di coinvolgere chi tra i dipendenti e collaboratori volesse partecipare?
Uno degli argomenti a me più cari è sempre stato quello dello stress da lavoro: tematica delicata, parlare di qualcosa che riguarda “noi”, il nostro modo di essere all’interno di un ambiente di lavoro, di percepire e di rapportarci con gli altri di sicuro non è un qualcosa di così facile da esternare, o quanto meno da raccontare in aula alla presenza di qualcuno che magari nemmeno conosco.
Insomma, aprirsi su questo fronte è difficile, se non addirittura sconveniente.
Mi scervellavo alla ricerca di nuovi spunti per sviscerare l’argomento durante i corsi e renderlo più stimolante: interviste a Simon Sinek (autore di “Partire dal perché”, consigliatissimo!), Mr. Feynman e l’importanza di coltivare curiosità e divertimento in ciò che si fa, Julio Velasco che con le sue riflessioni ci fa capire quanto sia essenziale il concetto di fare squadra.
A tutte queste personalità che per me in primis sono state e sono ancora adesso fonte di grande ispirazione ho cercato di aggiungere qualcosa di mio, pensando soprattutto allo stare in forma. Il mio motto è molto semplice ma è diventato un mantra in cui credo fortemente: lavoro bene se sto bene.
Che assomiglia al molto più famoso “mens sana in corpore sano” e da qui sto sviluppando un progetto che apra la formazione a nuovi orizzonti, in particolare quello della promozione dello star bene attraverso l’attività fisica che diventa un momento di coinvolgimento per tutto il gruppo, spingendo le aziende e le persone che ne fanno parte a mettersi in gioco.
Passiamo un terzo della giornata lavorando, la settimana lavorativa “breve” è sicuramente un tema attuale ma ancora forse utopistico per i nostri tempi; valorizziamo meglio le ore passate in azienda investendo del tempo “extra” per il nostro benessere, con la voglia di rafforzare il team e imparare a conoscerci, spingendoci oltre i limiti e mettendoci alla prova con nuove attività alla portata di tutti. Steve Jobs diceva che “il tuo lavoro riempirà gran parte della tua vita e l’unico modo per essere veramente soddisfatto è quello di fare ciò che credi sia un grande lavoro”.
Conclusione?
Asciugamano e borraccia, siamo pronti per iniziare!
Rinnovare l’azienda significa rinnovare le tecnologie, ma anche prendersi cura del luogo fisico di lavoro e dei propri collaboratori. Vivere l’ambiente lavorativo in una situazione di benessere porta ad esprimersi al massimo e a produrre risultati eccellenti.
Si parla spesso di creare team, di lavorare in team, di collaborare, di raggiungimento degli obiettivi, ma vorrei che gli imprenditori si soffermassero anche sul luogo di lavoro. Un ambiente pulito, curato e rinnovato fa sentire al collaboratore di avere un valore per la propria azienda e lo rende partecipe.
La nuova cultura del benessere è basata anche sulla conciliazione tra lavoro ed esigenze personali, non intese solamente come orari, ma come rispetto della personalità, dei gusti, delle esigenze personali e professionali.
La nostra filosofia parte dall’osservazione dei luoghi di lavoro e delle persone nelle varie postazioni. Negli anni, abbiamo capito che la maggior parte dei collaboratori ama il proprio lavoro, ma poi è spesso ricompensata solo con la retribuzione economica e raramente può esprimersi efficacemente in un luogo in cui ci si occupa anche del benessere psicologico ed emotivo.
Le relazioni sane tra colleghi vengono aiutate da un ambiente caldo, solare, pulito e curato. Sono ormai numerosi gli studi a livello internazionale che confermano che chi si sente bene e a proprio agio lavora con maggior dedizione ed impegno. Star bene fa aumentare la creatività e la proattività. Al contrario, chi non si sente apprezzato e reputa il proprio posto di lavoro inadeguato, diminuisce la produttività e fa il minimo indispensabile, senza stimoli verso il miglioramento.
Oggi va molto di moda parlare di lean production e di come metterla in opera a livello teorico in azienda, ma spesso questo si fa solo per valutare la produttività. Se invece volessimo applicare la filosofia lean ai fini del benessere aziendale vedremmo e potremmo misurare quanto si ridurrebbero gli sprechi e di quanto aumenterebbe il livello di comunicazione e di produttività.
E voi? Avete mai pensato di accogliere i vostri dipendenti con della frutta fresca tutte le mattine?
Se hai piacere di sottopormi le tue necessità in termini di gestione delle risorse umane o di selezione,contattami all’indirizzo e-mail consulenza@conimpresa.it
Qualche sera fa, catapultato sul divano dopo una giornata di formazione in aula, cambiando canale alla tivù alla ricerca di qualche programma interessante prima di cadere in un sonno profondo, mi sono imbattuto in uno dei miei film preferiti, Patch Adams. Credo di averlo visto ormai una decina di volte ma sono sempre stato un grande fan di Robin Williams, per cui mi metto comodo pronto a rigustarmelo.
Per chi non lo avesse mai visto, è la storia del giovane Hunter “Patch” Adams che, durante un volontario ricovero in un ospedale psichiatrico, rendendosi conto della scarsa attenzione e del disinteresse con cui vengono trattati i pazienti ospiti della struttura, decide di iscriversi alla Facoltà di Medicina per cambiare le cose, adottando fin da subito un approccio completamente atipico per un medico.
Patch è indubbiamente un personaggio carismatico che decide di andare oltre la classica visita “austera” e di entrare in contatto con i pazienti, dedicando loro tutte le cure e le attenzioni per migliorarne la qualità della vita e accantonare anche solo per un attimo il dolore per la malattia.
Rifletto sul messaggio che il film vuole trasmettere e penso che in fondo l’idea è molto simile a quello che per me è il significato di fare formazione sulla sicurezza. L’empatia viene definita come “la capacità di porsi in maniera immediata nello stato d’animo o nella situazione di un’altra persona”; e credo sia uno dei fattori più importanti per portare a casa la soddisfazione dei partecipanti ad un corso di formazione.
Questa riflessione parte da una mia personale consapevolezza maturata negli anni: classe ’94, entro nel mondo della sicurezza dalla porta sul retro (non sono ingegnere ma all’università ho studiato “cosa dice la normativa”). Quasi subito entro in aula, partendo dalla co-docenza.
Me la ricordo bene la mia prima ora ad affrontare l’argomento dello stress da lavoro; snocciolo definizioni in maniera molto accademica e tra i partecipanti sento chi a stento trattiene le risate, qualcuno dice “tutto giusto ma la realtà è ben diversa”. Da lì in poi mi accorgo (fortunatamente) di una cosa, la più importante e quella che ogni giorno mi fa scegliere questo lavoro sempre con più grinta: se vuoi conquistarli, non devi annoiarli. Anzi, meglio ancora: se vuoi farli ricredere e far sì che a fine corso siano soddisfatti e che vengano anche a cercarti per farti domande perché interessati ad approfondire, devi anche farli divertire.
Credo che oggi il vero valore aggiunto di fare formazione stia nel costruire un dialogo con chi partecipa, utilizzando le modalità di linguaggio più disparate ma sempre innovative, trasmettendo entusiasmo e cercando di coinvolgere il più possibile e con genuinità di contenuti.
Se davvero vogliamo trasmettere alle persone la necessità di operare in sicurezza, serve prima di tutto lavorare sulla loro responsabilità, spronandole a dare il massimo. Occuparsi del benessere dei lavoratori nel breve termine significa produrre effetti benefici nel lungo termine: al di là del classico “aumento di produttività”, la vera conquista è riuscire a favorire un clima di lavoro piacevole salvaguardando la salute delle persone.
Che formatore voglio essere? perché dovrebbero scegliermi? la risposta l’ho trovata in un altro film con lo stesso attore protagonista, L’Attimo Fuggente. La scena in cui il Professor Keating, citando Walt Whitman, sussurra “che tu puoi contribuire con un verso”: l’insegnamento che ne traggo è che non esiste persona o professione che possa vivere senza passione e ottimismo per realizzare grandi cose.
Si parla spesso di ricerca e selezione del personale, della fatica che fanno le aziende a trovare personale talentuoso e proattivo, ma si parla poco di come impostare la ricerca e soprattutto da dove partire.
Se non sai bene dove sei, come fai a sapere dove vuoi arrivare?
Per fare un esempio matematico, per due punti A e B passa una ed una sola retta, ma si devono conoscere A e B…
È quindi il momento di stilare accuratamente la Job Description, ovvero la descrizione puntuale, approfondita, precisa e dettagliata delle mansioni che verranno affidate al nuovo collaboratore/trice.
Ritengo che più riusciamo a redigere la Job Description in modo preciso più spunti arriveranno anche per il reparto o addirittura per l’azienda.
Le prime linee dovrebbero occuparsi di capire se le mansioni sono quelle reali o se c’è bisogno di un aggiornamento, se sono quelle effettive e necessarie o quelle che l’imprenditore crede siano necessarie.
Dopo aver compilato con cura l’elenco delle mansioni, dobbiamo decidere le competenze necessarie per svolgerle al meglio.
Quali competenze stai ricercando?
Le competenze possono essere tecniche o personali.
Le doti tecniche sono le conoscenze professionali legate all’ambito lavorativo: il saper fare. Le doti personali sono le competenze trasversali legate alla personalità: il saper essere.
Per terminare dobbiamo dare un valore a ciascuna competenza per capire a cosa non si può rinunciare e a cosa invece possiamo anche soprassedere.
Se stiamo cercando un Responsabile Commerciale per il Nord Europa, possiamo forse rinunciare all’approfondita conoscenza di un programma informatico, ma non possiamo in nessun modo rinunciare alle capacità comunicative, all’empatia e alla conoscenza professionale della lingua inglese.
Quanto vale una Job Description fatta bene?
Come abbiamo visto, l’importanza di una Job Description ben fatta è fondamentale perché non stiamo sicuramente cercando UN collaboratore, ma stiamo cercando IL collaboratore migliore per l’azienda e per il Team.
Questo per dire che non si devono mai sottovalutare nemmeno gli aspetti del carattere, ricordiamo sempre che il nuovo collaboratore deve essere efficace sì, ma deve essere anche compatibile con i colleghi e con il Team.
A parità di competenze tecniche, non dobbiamo scegliere la persona più simpatica a noi, ma quella più compatibile con i potenziali colleghi.
In conclusione
Detto così, sembra facile, se non addirittura banale a tratti, ma ancora oggi e sempre di più mi trovo di fronte ad imprenditori che, presi dalla complessità sempre crescente del loro business, non possono certo sviluppare tutte le competenze utili a identificare chi devono (e vogliono) avere all’interno del loro organico aziendale.
È sempre una soddisfazione poter portare la consapevolezza di una scelta ponderata e proprio per questo dedico volentieri tempo alla conoscenza di nuove situazioni.
Se hai piacere di sottopormi le tue necessità in termini di gestione delle risorse umane o di selezione,contattami all’indirizzo e-mail segreteria@conimpresa.it
È fresco di pubblicazione il tanto atteso report di We are social, in collaborazione con Hootsuite, con una serie di dati aggiornati sull’utilizzo di Internet e di strumenti digital assolutamente da conoscere.
Quante persone nel mondo utilizzano i Social Media? Quali sono quelli più usati?
we are social – Digital 2022
Rispetto all’anno precedente, il numero di persone che utilizzano i social media è cresciuto oltre il 10%, raggiungendo i 4,62 miliardi di persone, circa il 58,4% della popolazione mondiale, oltre il 71% di quella italiana e il 93,4% degli utenti di Internet.
Alla domanda “quale piattaforma social preferisci”, al primo posto troviamo WhatsApp (15,7%), seguito da Instagram (14,8%) e Facebook (14,5%). Più indietro TikTok (4,3%), che risulta comunque l’app più scaricata nel 2021.
we are social – Digital 2022
Quanto tempo passiamo ogni giorno sui Social Media? Per quale motivo?
we are social – Digital 2022
Se guardiamo il tempo medio speso quotidianamente sui Social Media, l’Italia si attesta su circa 1 ora e 47 minuti.
A partire dal lockdown 2020, il tempo medio speso sulle piattaforme social è mano a mano cresciuto, attestandosi nel 2021 a 2 ore e 27 minuti al giorno, circa il 35% del tempo trascorso online.
La piattaforma dove si passa più tempo è YouTube, circa 24 ore al mese, seguito da Facebook e TikTok con 19,6 ore ciascuno.
I social rappresentano decisamente ambienti fondamentali per raggiungere i consumatori.
L’audience Adv di gennaio 2022 su Facebook è di 2 miliardi e 100 milioni di persone, su TikTok si attesta a 885 milioni di persone ed infine quella su YouTube a 2 miliardi e 500 milioni.
Grazie all’advertising sui social, oltre 1 persona su 4 scopre nuovi brand, prodotti o servizi, un risultato non molto distante da quello della TV e dei motori di ricerca.
Oltre alla scoperta quasi 1 persona su 4 segue attivamente brand sui social e 1 su 8 tende a condividere contenuti dei brand che segue su base mensile.
In sintesi:
Facebook rimane la piattaforma più utilizzata al mondo con 2,91 miliardi di persone e con una crescita del 6,2% nell’ultimo anno (+170 milioni di utenti).
TikTok continua a crescere. Questa piattaforma rappresenta un vero e proprio punto di riferimento per i marketers durante la fase di sviluppo delle creatività per le campagne social.
E LinkedIn?
Ha vissuto un anno di grazia con un aumento nel numero di utenti registrati dell’11%. Crescita che porta il totale di utenti iscritti a oltre 808 milioni a gennaio 2022.
Dunque, come si devono comportare i brand?
Per i brand diventa fondamentale essere presenti su queste piattaforme comunicando non solo il proprio prodotto o servizio, ma soprattutto contenuti di valori che permettano di esaltare il brand nella sua essenza.
Diventa sempre più importante, inoltre, mettere al centro della propria strategia di comunicazione i clienti e i propri collaboratori, costruendo con loro una relazione di fidelizzazione ed empatia.
Ogni tanto, andare a sfogliare vecchi testi ci aiuta a mettere in ordine le idee e a capire come migliorare il nostro intervento in azienda.
Nel 1916 venne pubblicato il testo “Administration Industrielle et Générale” da parte diHenri Fayol che diede vita ad una nuova teoria sulla gestione dell’amministrazione aziendale: il “Fayolismo“. La pubblicazione è giunta fino a noi accreditandosi come una delle fonti più autorevoli in tema di gestione aziendale in quanto ha introdotto dei concetti generali fondamentali.
Lo studioso parte dal presupposto che, a prescindere dalla tipologia dell’azienda, dalle sue dimensioni o del settore in cui opera, ci sono delle funzioni di base che devono essere esplicate per favorire la crescita del proprio business, e che rimangono invariate.
Indipendentemente dalla tipologia dell’attività, il requisito è che l’azienda sia affidata a un manager con precise capacità direzionali, basate su un insieme di skills e conoscenze di vario tipo, tra cui capacità tecniche e polivalenti.
Per la prima volta per il manager vengono considerate necessarie qualità non solo direzionali, ma anche qualità solitamente richieste agli altri ruoli dell’azienda. In capo al manager devono cioè coesistere competenze che favoriscano un controllo per ogni fase della produzione aziendale e che allo stesso tempo abbiano una forte incidenza nelle funzioni direttive.
L’obiettivo di Fayol è quello di individuare una teoria generale della direzione aziendale. L’autore infatti sostiene che le qualità manageriali non costituiscano doti innate, ma possano essere frutto di un apprendimento mirato e che quindi tali principi possano essere insegnati alle nuove generazioni.
Nel suo lavoro Fayol identificò cinque principali funzioni della gestione manageriale industriale, ancora oggi riconosciute:
1. Pianificazione e previsione: ragionare nell’ottica di ciò che sta per succedere e quindi di preparazione;
2. Organizzare: munire l’azienda ed i suoi dipendenti di tutto ciò che serve, dai materiali alle direttive;
3. Comandare: “trarre il maggior profitto possibile dagli elementi che compongono l’azienda e nel suo interesse”;
4. Coordinare: “mettere armonia in tutte le azioni di un’azienda in modo da facilitarne funzionamento e successo”;
5. Controllo: “verificare se tutto scorre conformemente al programma adottato, agli ordini dati e ai principi ammessi”.
Questi principi sono una sorta di guida di come un’azienda deve agire per raggiungere i suoi obiettivi, partendo dunque da una previsione per poi organizzare le attività, passando per il controllo della produzione e la giusta assegnazione dei compiti.
Fayol elabora anche quattordici Principi Generali di Amministrazione, che si configurano come una linea guida per i leader di ogni tipo di azienda:
• La divisione del lavoro
• L’autorità del leader
• La disciplina
• L’unità di comando
• L’unità di direzione
• La subordinazione dell’interesse individuale all’interesse generale
• La giusta remunerazione dello sforzo
• Il grado di centralizzazione o decentralizzazione
• La catena gerarchica
• L’ordine, materiale e sociale
• L’equità nel modo di trattare i dipendenti
• La stabilità del personale
• L’iniziativa
• Il senso dello spirito aziendale.
Aspetti applicativi nel contesto odierno
Dopo tanti anni, l’evoluzione di tale teoria si può riassumere in 5 attività:
– Pianificare
– Organizzare
– Guidare
– Eseguire
– Controllare
Soprattutto, per rispondere alle sempre maggiori spinte organizzative in termini di velocità ed efficienza della struttura aziendale, occorre rivedere “come” le attività di cui sopra vanno concepite ed eseguite.
E così, la pianificazione deve essere molto diversa da quella che si faceva in passato.
La pianificazione non deve dettagliare tutte le azioni da intraprendere, ma deve essere sempre più selettiva e deve dare delle indicazioni di massima (indirizzi strategici, ovvero le azioni che non possono non essere intraprese per attuare la strategia globale).
L’organizzazione deve sempre più ricorrere a soluzioni organizzative molto diverse dalla burocrazia e dalle strutture funzionali. Può essere una soluzione una gestione per progetti (lavoro in team) o per processi.
L’attività di guida richiederà in azienda la presenza di leader con tre caratteristiche principali: competenza, passione ed energia.
L’esecuzione: sono finiti i tempi del “tu fai che io ti guardo”: siamo entrati nell’era del management by example.
Il controllo deve essere sempre meno a consuntivo e sempre più sulle variabili predittive con un monitoraggio della direzione di marcia (dove siamo rispetto a dove volevamo essere). A maggior ragione se tali attività vengono svolte in sinergia tra loro da una struttura di tipo orizzontale, capace di valorizzare le risorse in campo e di ridurre i tempi di trasmissione delle informazioni anche non scritte. E questo, di fatto, introduce una nuova figura di manager più focalizzata all’insegnamento e all’orientamento che al comando. Il comando deve essere ripetitivo mentre l’insegnamento una volta passato diventa patrimonio aziendale e permette di rendere scalabile la struttura aziendale.
In un tale contesto occorre introdurre quindi un concetto di “facciamo insieme per imparare” e non di “fai come ti ho detto”.
In conclusione…
Di fatto, insieme all’insegnamento materiale passano una serie di informazioni che arricchiscono la risorsa aziendale di capacità sempre maggiori per affrontare sempre più efficacemente le problematiche nuove con reazioni più rapide.
Il risultato è la creazione di un importante valore intangibileche incide anche sulla valutazione dell’azienda stessa.
Vuoi approfondire il tema del miglioramento della gestione aziendale o conoscere casi applicativi simili a quelli del tuo settore ?
Al di là della bibliografia in materia di aziende, l’esperienza maturata al loro fianco mi ha portato sempre a valutare il “ciclo di vita dell’impresa” per comprendere a quale stadio appartenesse l’azienda in esame e inquadrarne il cosiddetto quadro clinico.
Non basta, infatti, l’esame dei dati contabili di un’impresa per ricavare le informazioni utili a valutare la gravità dello stato clinico e gli eventuali interventi necessari per la cura.
Bisogna invece attuare un’azione di RESTARTUP.
Perché le aziende decidono di affrontare questo tema solo quando si trovano a uno stato vicino al declino, dove spesso il punto di non ritorno è già stato ampiamente superato?
Da qui nasce la domanda del titolo dell’articolo: un imprenditore è idoneo a gestire in prima persona tutte le fasi della propria azienda?
Oggi più che mai il passato aziendale non è più un punto di riferimento o momento di vanto per l’imprenditore. Neanche i dati sono spesso più comparabili e lo scenario esterno è in continuo cambiamento. L’imprenditore si trova a destreggiarsi quindi con azioni difensive piuttosto che di attacco.
Un’azienda deve Restarttappare almeno ogni tre anni e ciò vuol dire che nel mentre si sta attuando il piano industriale occorre già iniziare a mettere le basi per il piano successivo. Ma cosa vuol dire questo?
Cerchiamo di capirlo andando ora ad analizzare sinteticamente le varie fasi del ciclo di vita aziendale, correlandole alle tipologie delle strutture organizzative.
Fasi del ciclo di vita aziendale
Fase della nascita
La prima fase è quella della nascita. Nel momento in cui un’Impresa nasce:
si percepisce un alto livello di energia e di eccitazione e vi è un diffuso spirito di collaborazione e di integrazione tra gli individui. Ci si sente pionieri in un’avventura sfidante e questo genera gratificazione e appagamento sul lavoro. La flessibilità è massima.
generalmente, non sono state ancora ben definite la vision, la mission, le strategie eppure lo spirito di identificazione nell’idea imprenditoriale è alto, tutti sono allineati con l’imprenditore nel conseguimento dei primi obiettivi e le motivazioni sono legate a questo target.
il clima aziendale è libero da pregiudizi, gelosie e preconcetti, tutti tendono a essere creativi e propositivi, le competenze non sono codificate, il livello di burocratizzazione è nullo, le gerarchie impercettibili.
l’immagine dell’impresa verso il mondo esterno è in fase di costruzione. I rapporti con i clienti sono buoni, anche se spesso il prodotto offerto risente di una certa politica del trial and error; arrivano, infatti, alcuni reclami, ma l’organizzazione interna è fortemente orientata a recepirli, anzi a cercare di fidelizzare il cliente che reclama.
Fase dello sviluppo (che noi amiamo chiamare CRESCITA)
Nella fase dello sviluppo o della crescita, l’Impresa conosce un momento di forte espansione:
i clienti apprezzano i prodotti offerti, la reputazione dell’azienda fa sentire i collaboratori orgogliosi di lavorare per quell’impresa e l’organico incomincia a crescere per soddisfare la domanda;
si raggiunge il punto di pareggio tra costi e ricavi e arrivano i primi utili. Il livello di energia e di eccitazione è ancora alto e c’è anche un diffuso senso di euforia per i risultati raggiunti.
L’impresa inizia a conoscere però anche alcuni aspetti negativi:
non è possibile, infatti, soddisfare le aspettative di tutti; alcuni pensano che l’azienda non riconosca pienamente gli sforzi e i sacrifici del periodo precedente e danno le dimissioni, passando, magari a un’azienda concorrente;
si cominciano a osservare i primi schemi precostituiti per la soluzione dei problemi e si dà meno spazio a creatività e nuove proposte.
si nota l’inizio di una certa formalizzazione nei rapporti interpersonali e vi è meno spontaneità, la conoscenza inizia a essere gerarchizzata.
Fase della maturità (che noi amiamo definire del CAMBIAMENTO)
Durante la fase della maturità del ciclo di vita aziendale si acquisiscono i massimi risultati economico-finanziari. Il prodotto dell’impresa è, ormai, noto e affermato sul mercato, i clienti sono soddisfatti, l’impresa ha definito in dettaglio vision, mission e strategie di medio-lungo periodo.
I problemi emersi nella fase precedente, però, si sono acuiti e ne sono nati altri:
non si avvertono più l’energia e l’eccitazione delle fasi precedenti; alcuni collaboratori della fase pionieristica se ne sono andati e i nuovi assunti non hanno vissuto quel particolare momento;
l’impresa va bene ed è diffusa l’idea che debba andare bene ancora per molto, ma le motivazioni e le ragioni di soddisfazione per i dipendenti vanno scemando; creatività e spirito di iniziativa hanno lasciato il posto all’esecuzione formale di compiti definiti;
si nota un calo di tensione nella ricerca di nuovi mercati, nuovi prodotti e soluzioni innovative; l’organizzazione è più rigida e burocratica.
Man mano che l’Impresa inizia a diversificare i propri prodotti e i propri mercati di sbocco, si passa a un tipo di organizzazione funzionale, che si trasforma in organizzazione per progetto quando l’innovazione diviene un’attività fondamentale per l’azienda.
L’evoluzione verso l’organizzazione divisionale avviene quando l’azienda, per sopravvivere, deve diversificare su nuovi prodotti e su nuovi mercati, e l’intensificazione dell’innovazione porta a un incremento dei progetti di innovazione, portando l’azienda ad abbracciare la struttura a progetto a matrice.
Le fasi della gestione aziendale
Vi è una correlazione tra gli stadi di sviluppo dell’organizzazione e le fasi della gestione aziendale:
da uno stadio imprenditoriale, caratterizzato dalla creatività, si passa (dopo una crisi da “bisogno di leadership”) allo stadiodi collettività, dove è importante la definizione di una direzione chiara per l’azienda;
dopo una crisi da “bisogno di delega con controllo“, necessaria per affrontare la crescita di complessità dell’organizzazione, l’aggiunta di sistemi di controllo interni porta allo stadio della formalizzazione, e quindi all’appesantimento burocratico dell’azienda; l’ultimo porta alla crisi da “bisogno di gestire un’eccessiva burocrazia” e al conseguente stadio di elaborazione di soluzioni alternative, caratterizzato dallo sviluppo del lavoro di gruppo.
la crisi da “bisogno di rivitalizzazione” può portare allo snellimento organizzativo (al ritorno alla filosofia della piccola impresa), alla maturità portata avanti nel tempo grazie all’innovazione continua, o al triste declino, dove l’imprenditore continua ad operare tra la stanca indifferenza dei collaboratori.
Fatte queste considerazioni, in base alle qualità intrinseche dell’imprenditore occorre capire quale di queste fasi è più vicina alla sua situazione. Se, cioè, i segnali di crisi vengono individuati per tempo, si può pensare a una formazione manageriale ad hoc per l’imprenditore, altrimenti occorre pensare a figure esterne, consulenti e/o temporary manager che lo affianchino per affrontare in particolare le fasi della maturità/cambiamento.
In conclusione…
Il fattore tempo è determinante nella riuscita dei piani di rilancio così come la fiducia che si deve instaurare all’interno del team. Inoltre, gioca un ruolo chiave anche la capacità di trasferire alcuni concetti di visione e di indirizzo a tutto lo staff.
Infatti, vediamo che anche i grandi gruppi spesso cambiano il management di vertice delle proprie società perché in base all’analisi del momento storico e alle molteplici situazioni occorrono qualità e approcci diversi.
Vuoi conoscere più da vicino il tema del Restartup e come potrebbe aiutare la tua azienda?
Una buona strategia di marketing può aiutare davvero gli utenti a trovare quello di cui hanno bisogno senza essere bombardarti quotidianamente da pubblicità invasive? La risposta è sì. Come? Attraverso l’Inbound Marketing.
Cos’è l’Inbound Marketing?
L’Inbound Marketing è, per definizione, un approccio customer-centrico. Ovvero una strategia di marketing integrata, volta ad attirare i potenziali clienti creando contenuti di valore ed esperienze customizzate per loro.
Quando e perché scegliere l’Inbound Marketing?
Il marketing tradizionale, noto anche come outbound marketing, punta ad una comunicazione mono-direzionale, tramite attività pubblicitarie di vario genere. Questo approccio prevede che l’azienda e i suoi prodotti o servizi vengano spinti all’esterno verso un target molto ampio. Questo metodo ha funzionato, ma ora, in questo periodo storico, ha un ritorno sull’investimento (ROI) molto basso e spesso finisce con l’irritare chi subisce la pubblicità invasiva.
L’inbound, invece, si concentra sulla creazione di contenuti di valore che possono interessare il potenziale cliente tanto da attirarlo nel tuo sito web, sulla pagina social o sulla landing page, ecc. Con l’inbound non sei tu, azienda, ad andare dal potenziale cliente, ma è lui a cercare te.
In questa metodologia è importante il contenuto?
La soluzione migliore per incuriosire ed attirare i potenziali clienti, senza l’utilizzo di pubblicità massiva e per fare in modo che conoscano e apprezzino il tuo brand, è quello di offrire contenuti di qualità creati appositamente per loro, che soddisfino i loro bisogni, le loro curiosità e che possano in qualche modo essere loro d’aiuto nelle problematiche quotidiane, senza la ricerca sfrenata di un ritorno economico immediato.
È un percorso grazie al quale si inizia a conoscere e a creare una relazione con le Personas.
L’azienda deve, quindi, creare, distribuire e condividere contenuti rilevanti e utili per i propri prospect, in modo da attrarre attenzione, suscitare interesse, costruire relazioni e, infine, stimolare azioni coerenti con i propri valori e obiettivi di business.
Quali sono i passaggi chiave dell’Inbound Marketing?
I passaggi sono principalmente di 4: attirare, convertire, chiudere e deliziare.
Per ognuna di queste fasi sarà però necessario adattare i contenuti al contesto nel quale si trova il cliente.
1) Attirare
Conosci i bisogni delle tue Personas ed attirale.
Innanzitutto bisogna attrarre le persone giuste, ovvero quelle che hanno più probabilità di diventare contatti; in poche parole, le persone potenzialmente interessate al tuo prodotto o servizio.
Dato che quasi la totalità di utenti che naviga nel web fa ricerche online tramite Google, uno dei modi più rapidi per mettere in atto la metodologia di Inbound Marketing è essere presenti sui motori di ricerca, grazie agli strumenti che Google ci mette a disposizione, quali ad esempio Google Ads, che permette all’azienda di comparire tra i primi risultati a seconda delle parole chiave inserite e del contenuto della landing page che abbiamo impostato.
Lo step successivo: convertire.
2) Convertire
È importante adesso convertire i visitatori in contatti, garantendo loro risposte concrete e soluzioni in linea con i loro bisogni.
Il processo di conversione inizia sempre con una landing page, semplice e accattivante con al suo interno una call to action (CTA), ovvero una chiamata all’azione immediata, che permette ad esempio di poter scaricare gratuitamente un e-book, la demo di un prodotto/servizio e molto altro. Perché è importante raccogliere i dati degli utenti? Perché quanti più dati riesci a raccogliere dai tuoi contatti, tanto più potrai conoscerli e, quindi, coinvolgerli in futuro con i contenuti giusti per loro.
3) Chiudere
Si tratta forse della fase più importante, che in concreto porta un ritorno in termini economici a chi sviluppa la strategia di marketing e comunicazione.
In questa fase chi offre un prodotto o un servizio dovrebbe già avere un’idea chiara delle necessità e degli obiettivi dei potenziali clienti. Non tutte le persone, infatti, nel momento in cui convertono, sono subito pronte all’acquisto: alcune di loro potrebbero esserlo dopo una settimana, un mese o addirittura un anno. Conseguentemente ci può volere un po’ di tempo affinché dalla fase di conversione si possa passare alla fase di chiusura.
È importante creare un rapporto diretto e duraturo con i potenziali prospect, affinché non si dimentichino del prodotto/servizio, continuando ad interagire con i contenuti di valore pubblicati in modo tale da aumentare il numero di clienti e diminuire i tempi decisionali di acquisto.
4) Deliziare
Il metodo Inbound Marketing non termina con la fase 3.
Risulta fondamentale deliziare i clienti, dando loro un’esperienza utente di valore e rilevante che li incoraggi a diventare dei veri e propri promotori del brand. L’obiettivo di questo nuovo modo di fare marketing, infatti, non è solo quello di convertire i clienti finali, ma ha anche la volontà di mantenere i clienti soddisfatti, offrire informazioni che possano essere utili, prendersi cura di tutti quei contatti raccolti che, anche se magari non diventeranno mai clienti, saranno predisposti positivamente nei confronti dell’azienda, diventando comunque un mezzo di diffusione per la stessa.
È molto più facile vendere qualcos’altro a chi è già tuo cliente, piuttosto che trovarne uno nuovo.
Strumenti e tecniche dell’Inbound Marketing
L’Inbound Marketing è una metodologia che raggruppa strumenti e tecniche del web marketing (sito web, blog, social media, SEO, adwords, adv, landing page…) con l’obiettivo di portare più visitatori, convertirli in contatti del database, segmentarli in base alle interazioni con i contenuti che vengono presentati nel sito, nei social network e nelle newsletter, per coltivare la relazione (lead nurturing) e trasformarli in clienti prima, influenzatori naturali poi. Questa metodologia permette di coprire ogni passaggio che conduce a trasformare un estraneo in potenziale cliente e, successivamente, in fan della tua azienda.
Per ciascuna delle fasi esistono strumenti diversi, specifici e adatti per ogni necessità. Blog, podcast, video, e-book, newsletter, tecniche di ottimizzazione per i motori di ricerca (tra tutti SEO e SEM), attività di social media e content marketing.
La chiave per riuscire ad attuare una strategia vincente non è quella di limitarsi ad attuare le tecniche elencate in precedenza, ma di coordinarle tra loro, con l’obiettivo ultimo di instaurare relazioni durature con i clienti.
In conclusione…
In questa società, sempre più veloce, dove il web e i canali social influenzano le nostre decisioni quotidiane, i consumatori sono esposti a sempre più informazioni. Questo fenomeno li sta rendendo più istruiti sui prodotti e servizi di loro interesse e sta cambiando anche il loro comportamento di acquisto. Conseguentemente le strategie di marketing e di comunicazione devono mirare a rispondere a questo cambiamento.
Per avere successo nell’Inbound Marketing le aziende devono introdurre un approccio più strutturato nella creazione dei contenuti, nel dialogare con la sua community, inserendo anche strumenti di Marketing Automation per fare lead nurturing e ottimizzare l’esperienza di acquisto dei potenziali clienti e l’esperienza di vendita dei commerciali.
L’art. 1 del D.L. 24 agosto 2021, n. 118, in vigore dal 25 agosto 2021, ha modificato l’art. 389 del D.Lgs. 14/2019, stabilendo il differimento al:
16 maggio 2022 dell’entrata in vigore del Codice della Crisi d’impresa e dell’insolvenza, che avrebbe dovuto essere operativo dal 1° settembre 2021, per effetto dell’art. 5 del D.L. 23/2020, in luogo dell’originaria decorrenza del 15 agosto 2020;
31 dicembre 2023 dell’applicabilità delle disposizioni previste dal titolo II, riguardanti gli strumenti di allerta, gli indici della crisi, l’OCRI, il procedimento di composizione assistita della crisi e le misure premiali.
Composizione negoziata per la soluzione della crisi d’impresa
Il successivo art. 2 del D.L. 118/2021, in vigore dal 15 novembre 2021, ha introdotto un nuovo istituto di risanamento, costituito dalla “composizione negoziata per la soluzione della crisi d’impresa”.
In particolare, tale norma riconosce all’imprenditore agricolo e commerciale (anche se “sotto soglia” o appartenente ad un gruppo di imprese), in condizioni di squilibrio patrimoniale oppure economico-finanziario che ne rendono probabile la crisi o l’insolvenza, la possibilità di richiedere al Segretario Generale della Camera di Commercio – individuata in base alla sede legale dell’impresa – la nomina di un esperto indipendente, quando risulta ragionevolmente perseguibile il risanamento dell’impresa (verificabile anche tramite una nuova piattaforma telematica nazionale).
Tale professionista svolgerà un ruolo di “facilitatore”, in quanto incaricato di agevolare le trattative tra l’imprenditore, i creditori ed eventuali altri soggetti interessati. Questo al fine di individuare una soluzione per il superamento dello squilibrio critico, anche mediante il trasferimento dell’azienda o di suoi rami (che potrà essere autorizzato dal Tribunale senza l’applicazione dell’art. 2560 c.c., fermo restando l’art. 2112 c.c.).
La domanda presentata dall’imprenditore potrebbe, inoltre, consentire l’accesso ad alcuni specifici benefici. Ad esempio: le misure protettive e cautelari, oltre a quelle premiali, la sospensione degli obblighi civilistici di ricapitalizzazione, l’autorizzazione all’assunzione di finanziamenti prededucibili e la rinegoziazione dei contratti.
In conclusione…
La conclusione delle trattative con i creditori potrà condurre alla sottoscrizione di un accordo che produrrà gli stessi effetti del piano attestato di risanamento, senza la necessità dell’attestazione, oppure di una convenzione di moratoria, nonché al deposito dell’istanza di omologazione degli accordi di ristrutturazione dei debiti.
In alternativa, è possibile predisporre un piano attestato di risanamento, o proporre una domanda di concordato preventivo “semplificato”, per la liquidazione del patrimonio, direttamente omologabile dal tribunale, non essendo previsto il voto dei creditori (che possono comunque opporsi all’omologazione).
Si segnala, infine, che l’art. 20 del D.L. 118/2021, in vigore dal 25 agosto 2021, ha anche apportato alcune significative modifiche alla Legge Fallimentare, in materia di concordato preventivo, accordi di ristrutturazione dei debiti e convenzioni di moratoria.
Come una programmazione adeguata può generare profitti e “benessere aziendale”
Nel corso dei prossimi 3-5 anni si stima che il 20% delle aziende italiane si troverà ad affrontare la delicata fase del passaggio generazionale. Questo fenomeno riguarda principalmente le medie e piccole aziende nate dai primi anni 70 in avanti.
Ma cosa si intende esattamente per passaggio generazionale e cosa comporta?
Il passaggio generazionale riguarda la fase della vita di un’impresa in cui l’imprenditore si trova a dover o voler gestire il trasferimento dell’azienda di famiglia ai propri successori in modo da garantirne la continuità. Oltre al passaggio di capitali ha dunque anche aspetti organizzativi e di know how aziendale.
Inoltre poi, accanto ai risvolti aziendali di tipo gestionale e patrimoniale entrano spesso in gioco componenti di tipo personale, emotivo e familiare. La combinazione di tutte queste esigenze, di cui alcune difficilmente gestibili dal punto di vista razionale, può incidere negativamente sui risultati aziendali e diventare perfino un fattore di crisi per l’impresa.
Le statistiche ci fanno osservare, infatti, come solo poche aziende sopravvivono alla prima generazione e pochissime arrivano alla terza.
Quali sono le ragioni di tali conseguenze?
In primis, la sottovalutazione di questa fase aziendale e la mancanza di una adeguata e tempestiva pianificazione del passaggio generazionale. In realtà la successione generazionale va considerata come un vero e proprio progetto da realizzare. Questo in quanto deve strutturarsi nella fase progettuale, mappatura dei rischi, identificazione dei tempi, valutazione dei soggetti coinvolti e degli obiettivi.
Oggi, la normativa mette a disposizione molte soluzioni giuridiche per poter gestire le varie fasi con ragionevole grado di controllo e verifica periodica del processo. Come tutte le criticità, anche il passaggio generazionale può divenire una opportunità. Infatti, se gestito in modo consapevole e strutturato si può arrivare a parlare di profitto generazionale.
Prima di avventurarci ulteriormente sul tema del passaggio generazionale, occorre fare una breve digressione sull’aspetto successorio. Infatti la successione generazionale potrebbe essere indotta precocemente da eventi esogeni e indipendenti dalla volontà dell’imprenditore. Senza un’adeguata pianificazione successoria si potrebbe arrivare al fallimento dell’impresa o all’abdicazione forzata.
Volendo poi passare a considerare la gestione del processo suggeriamo fondamentale porsi due domande principali:
Passaggio generazionale vuol dire necessariamente tramandare l’azienda alla famiglia?
In alternativa, anche in considerazione della dimensione aziendale e del settore di attività, non è forse più vantaggioso pensare alla vendita dell’azienda e/o all’inserimento di un management esterno, anche a tempo?
Il passaggio generazionale classico è quello che avviene con il trasferimento tra il padre imprenditore e il figlio. Quando questo accade il processo richiede un complesso di valutazioni che non possono essere affrontate dall’imprenditore in autonomia. Ciò in quanto entrano in gioco i fattori indicati in premessa, quelli di tipo personale e familiare che rendono difficile un adeguato distacco e quindi una gestione obiettiva del processo. Spesso infatti gli aspetti formali e giuridici vengono sottovalutati a favore di quelli prettamente aziendali come la conoscenza dell’attività e l’esperienza.
Per passare la mano, anche gradualmente, occorre creare i presupposti al fine di evitare che il passaggio dell’azienda comporti anche il passaggio di problematiche fiscali e penali legate a operazioni effettuate con eccessiva semplificazione. Per non parlare, come si diceva prima, di perdita della continuità aziendale in termini di strategia. Non di rado tali cambiamenti possono condurre ad una crisi di impresa con tutte le problematiche connesse a responsabilità per amministratori e soci.
Un’adeguata pianificazione, invece, permette di individuare la strada migliore per la realizzazione di un passaggio generazionale a valore aggiunto. Senza generare perdite all’impresa, ma creando un vero e proprio processo di re-startup aziendale.
Alcuni casi trattati hanno riguardato:
il passaggio generazionale volontario con la piena partecipazione dell’imprenditore e degli eredi;
il passaggio generazionale realizzato mediante una nuova realtà esterna all’impresa oggetto di passaggio, ma sinergica o affine o addirittura in concorrenza, ma con canali distributivi diversi affidata all’erede o agli eredi per poi ricondurre tutto ad un’unica realtà.
Ovviamente, per entrambe le soluzioni, occorre una consapevole partecipazione delle parti in gioco adeguatamente assistite da professionisti e consulenti per lo studio e l’applicazione del piano di passaggio. Senza un tale supporto il passaggio può essere solo traumatico comportando danni interni all’impresa e ai principali stakeholder quali: banche, fornitori e clienti.
Quali sono i rischi del passaggio generazionale?
Riepiloghiamo allora qui di seguito i principali rischi della successione generazionale:
sovradimensionamento (strutturale-organico-mancanza di organizzazione);
figure chiave che possono approfittare della fase di passaggio per far valere il proprio potere contrattuale nell’impresa;
sotto-capitalizzazione;
crisi di liquidità;
impreparazione delle nuove leve;
individuazione dei ruoli e dei contrappesi.
Il piano industriale dedicato da mettere in atto deve contenere tutte le valutazioni necessarie alla gestione del passaggio per garantire la continuità aziendale, come: un business plan, un’analisi dei rischi e delle opportunità. In tal modo, il percorso diventa più semplice per tutte le figure coinvolte delineando un percorso chiaro per il successore e rendendo più fluido il suo inserimento nella gestione.
Un altro aspetto importante da considerare è quello riguardante la capitalizzazione. Le piccole e medie imprese, infatti, sono spesso sotto-capitalizzate. Cioè un capitale di rischio (mezzi propri) inadeguato rispetto alle reali esigenze economico – gestionali dell’impresa stessa. Questo fenomeno non solo causa instabilità finanziaria, ma anche scarsa credibilità dell’impresa agli occhi delle banche e dei creditori.
Anche a questo proposito, consigliamo di programmare gli investimenti, in considerazione dell’imminente passaggio generazionale. Quindi di ponderare attentamente quando è il momento ideale per investire e, soprattutto, quanto capitale impiegare.
Dal punto di vista finanziario, il passaggio generazionale di un’azienda potrebbe cadere in un momento di scarsa liquidità. In genere a causa dello sfasamento temporale tra incassi e pagamenti ed in presenza di affidamenti e finanziamenti non adeguati, l’azienda potrebbe trovarsi in mancanza delle risorse disponibili. È essenziale quindi tenere sotto controllo il conto economico ed in particolare le varie voci di costo e ricavo di un certo periodo. Opzioni vincenti possono essere quella del ricorso ai Minibondo il favorire l’ingresso di nuovi soci che conferiscano ovviamente capitale, secondo il principio dell’Equity.
Cosa ti consigliamo di fare in questa situazione
Per garantire la continuità aziendale un buon imprenditore deve allora acquisire la capacità di sviluppare un piano successorio completo in modo da trasformare i rischi in plus per l’impresa. Un progetto a tutto campo tocca ambiti diversi e necessita di competenze integrate, ma allo stesso tempo fortemente specializzate. Diventa allora complesso per l’imprenditore trovare in alcune figure tutte le risposte e il supporto adeguato.
Per questo BFA Sistema ha sviluppato il servizio di consulenza per la successione aziendale che fa perno su un Team Multidisciplinare. L’imprenditore può essere supportato e dialogare con un unico consulente sfruttando però le competenze di diversi professionisti specializzati ognuno nella propria disciplina.
Se sei interessato a conoscere di più sul “piano di successione aziendale”, contattami all’indirizzo mail bifolco@bfamail.com
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8. Data di pubblicazione Dichiarazione redatta il 24 giugno 2025.